UN PAESE DIMEZZATO
🇮🇹 Il 38° Rapporto Italia dell’Eurispes descrive un Paese attraversato da una frattura crescente tra deterioramento economico e perdita di fiducia istituzionale. Letto insieme alla Relazione Annuale del DIS, al Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2025-2027 e al Rapporto ISTAT 2026, assume una dimensione strategica: la vulnerabilità italiana non riguarda solo il piano sociale, ma la capacità del sistema-Paese di riconoscere la minaccia e agire in modo indipendente.
🇬🇧 The 38th Eurispes Italy Report portrays a country marked by a widening gap between economic deterioration and declining trust in institutions. Read alongside the DIS Annual Report, the 2025–2027 Multi-Year Defence Programme and the ISTAT 2026 Report, it acquires a broader strategic significance: Italy’s vulnerability extends beyond the social sphere to encompass the country’s ability to recognise threats, make decisions and act autonomously.
L’espressione “un Paese dimezzato” – con cui Gian Maria Fara apre il 38° Rapporto Italia dell’Eurispes parafrasando Calvino – non descrive una polarizzazione politica o un disagio sociale, ma qualcosa di più profondo: un sistema nazionale che fatica a tradurre la consapevolezza delle fragilità in capacità decisionale. Da qui origina la condizione con cui l’Italia entra nel 2026.

La frattura è prima di tutto valoriale e civica. Il Rapporto documenta una crisi della rappresentanza che si manifesta nell’astensionismo: “i cittadini non si astengono perché non credono alla democrazia, ma perché non si fidano più che il voto cambi qualcosa”. Il sistema di legittimazione si sposta dalla delega elettorale alla funzione di protezione, con una fiducia nel Parlamento al 26,1%, nel Governo al 32,1%, nella Magistratura al 43,4%, a fronte del 61,8% per il Presidente della Repubblica, del 63,5% per l’Intelligence e di quote superiori al 70% per Forze dell’ordine e Forze armate.
In questa asimmetria si misura l’erosione del consenso su cui si fonda qualsiasi capacità di risposta strategica. Da un lato emerge una percezione diffusa di deterioramento: il 57,3% degli italiani ritiene peggiorata la situazione economica nazionale, il 47,8% prevede un ulteriore peggioramento nei dodici mesi successivi, il 62,1% arriva a fine mese con difficoltà e l’82,2% non si sente adeguatamente sostenuto dalle istituzioni. Dall’altro il sistema politico continua a operare secondo categorie ereditate da una fase storica precedente, ancorate alla distinzione sicurezza interna/esterna – guerra/pace. Un divario in cui si inserisce la convergenza tra Eurispes, Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, Difesa e ISTAT.
La Relazione Annuale del DIS descrive minacce che operano “sotto la soglia del conflitto armato”, incidendo su stabilità istituzionale, fiducia pubblica e capacità decisionale. Il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa sintetizza la trasformazione nel principio secondo cui la sicurezza è ormai estesa a tutto lo spettro della vita collettiva. Il Rapporto ISTAT 2026 conferma questa lettura da una prospettiva statistica: energia, finanza, infrastrutture digitali, approvvigionamenti industriali e informazione costituiscono, oggi, un unico perimetro.
La conflittualità , dunque, non interrompe la normalità : la attraversa.

Sul piano strutturale, il vincolo è economico. Il PIL reale italiano, nel 2025, supera di appena l’1,9% il livello del 2007, contro incrementi prossimi al 20% in Francia, Germania e Spagna; la produttività oraria è cresciuta dell’1,4%, a fronte dell’11% tedesco e del 18% spagnolo. La spesa in ricerca e sviluppo resta sotto l’1,5%. L’adeguamento della postura strategica avviene, dunque, in un contesto di crescita stagnante. A questo si aggiunge una componente demografica che il rapporto tratta come variabile di lungo periodo, non come dato di sfondo: nel 2025 l’Italia ha registrato, per il terzo anno consecutivo, un minimo storico di nati, avvicinandosi ai 355mila.
Nel 2024 i giovani laureati tra i 25 e i 34 anni hanno segnato un saldo migratorio negativo di circa 21mila unità ; il 10,4% dei dottori di ricerca lavora all’estero entro pochi anni dal titolo. Un Paese che non riesce a trattenere il capitale umano che forma non è soltanto più povero, è meno capace di rispondere alle sfide tecnologiche e cognitive che definiscono la competizione.
La crisi energetica, seguita alle tensioni nel Mediterraneo Allargato nel 2025-2026, mostra in modo diretto la saldatura tra esterno/interno. L’instabilità geopolitica si traduce in inflazione, pressione sui costi energetici e aumento del costo della vita. Il piano strategico diventa esperienza sociale e la trasformazione della competizione globale assume un profilo sempre più informativo e percettivo.

Il caso romeno, del 2024, palesa come le campagne di manipolazione digitale/interferenza informativa possano incidere sui processi elettorali senza superare soglie convenzionali di conflitto. Nel dominio cyber il Joint Cybersecurity Advisory del 2025 ha attribuito alla campagna Salt Typhoon attività di penetrazione su infrastrutture di telecomunicazione occidentali. Le offensive APT e le campagne di disruption – documentate anche dalla Relazione DIS – seguono una logica di posizionamento. Ovvero, creano condizioni di debolezza, da potenziare al momento opportuno, in modo da indurre la resa. Tale dinamica si innesta su fragilità note. Oltre due terzi della popolazione dichiara esposizione a contenuti disinformativi o fake news. Le competenze digitali restano sotto la media europea: solo il 54,3% della popolazione, tra 16 e 74 anni, possiede competenze di base. Il Rapporto Eurispes pone questa vulnerabilità in una cornice più ampia interrogandosi su come l’Italia impieghi le tecnologie digitali, ma anche a quale idea di comunità – e di futuro – vuole che esse rispondano. In assenza di tale orientamento, la dipendenza da piattaforme e architetture esterne non è solo un rischio operativo, ma una cessione di sovranità cognitiva, ciò che il Rapporto chiama “Ignoranza Artificiale” : la riduzione del pensiero critico proporzionale alla delega al sistema algoritmico. Nel Mezzogiorno tali fragilità si intensificano: bassi livelli di competenze digitali, debolezza occupazionale e perdita di capitale umano qualificato definiscono un’area più esposta.
Sul fronte europeo emerge un problema di coordinamento politico-istituzionale. Il processo decisionale comunitario tende a produrre inerzia istituzionale, mentre la competizione internazionale richiede rapidità e concentrazione di potere decisionale.
Dal punto di vista industriale, la dipendenza da filiere esterne rafforza questa asimmetria. Il controllo cinese su terre rare e semiconduttori, insieme alle proiezioni di crescita della capacità produttiva asiatica, evidenzia una concentrazione della base materiale della tecnologia strategica. Ogni piattaforma complessa di difesa dipende da catene di approvvigionamento non neutrali.
In questo contesto si colloca il tema della spesa militare.
L’Italia mantiene una spesa per la Difesa intorno all’1,9% del PIL, sostanzialmente invariata rispetto al 1990. Nello stesso periodo, altri attori europei hanno modificato significativamente la loro postura: la Polonia ha superato il 4%, la Germania ha raddoppiato l’impegno, altri paesi nordici hanno accelerato il processo di riallineamento. Il Summit NATO del 2025 ha introdotto un nuovo parametro complessivo del 5% del PIL, articolato tra capacità militari e resilienza sistemica, con orizzonte pluridecennale. La distanza tra obiettivi e capacità è finanziaria e istituzionale. Il Documento Programmatico della Difesa evidenzia la necessità di una pianificazione di lungo periodo, mentre il ciclo politico resta ancorato a orizzonti di breve durata. Si determina così uno scostamento tra tempi della minaccia e tempi della decisione democratica.

All’interno di questo perimetro, il sistema italiano conserva elementi di forza: posizione geografica centrale nel Mediterraneo Allargato, base manifatturiera avanzata, capacità industriali nel settore aerospaziale e della Difesa, infrastrutture logistiche integrate nei flussi euro-mediterranei. Tuttavia, queste risorse non sono automaticamente convertite in potere strategico.
Il quadro europeo evidenzia una tendenza alla differenziazione: alcuni Paesi stanno traducendo la percezione della minaccia in incremento della spesa e riorganizzazione della Difesa, mentre altri mantengono un atteggiamento più cauto. Parallelamente, la percezione sociale italiana si discosta da questa traiettoria. Il 44,2% considera la spesa per la Difesa un costo. Solo il 30,2% ritiene necessario un incremento del budget militare. Oltre la metà della popolazione esprime preferenza per una posizione neutrale in caso di attivazione dell’articolo 5 NATO. La direzione del movimento è opposta a quella richiesta dal contesto internazionale. In assenza di una mediazione politica stabile, questa distanza diventa un fattore di vulnerabilità , soprattutto nei contesti di guerra cognitiva e pressione informativa.

I tre scenari delineati nel dibattito europeo – adattamento, frammentazione, rigenerazione – rappresentano traiettorie in parte osservabili. Il Rapporto Eurispes li formula con chiarezza: la “deriva del rattoppo”, in cui le crisi vengono gestite una per una senza disegno complessivo, producendo un declino dignitoso ma inesorabile; lo “scenario della rottura”, in cui le tensioni accumulate trovano uno sbocco destabilizzante; “l’ipotesi della rigenerazione”, meno probabile ma non impossibile, in cui una classe dirigente rinnovata affronta i ritardi accumulati con visione e capacità di patto collettivo. La differenza tra le tre non riguarda la previsione, ma la capacità di governance del disallineamento tra sistema internazionale e struttura interna.
In conclusione, la questione riguarda – oltre allo strumento militare – la capacità del Sistema-Paese di mantenere coerenza tra vincoli economici, trasformazioni tecnologiche, struttura sociale e decisione politica. E prima ancora, la disponibilità a costruire quella visione collettiva senza la quale nessuna risposta è sostenibile nel tempo. Per dirla con Edgar Morin “Più sappiamo dell’umanità , meno la comprendiamo. Le divisioni tra le discipline la frammentano, la svuotano di vita, di sostanza, di complessità ”. È esattamente questa frammentazione – del sapere, della decisione, della visione – che l’Italia non può più permettersi.

