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MORIN e la grammatica della complessità

Edgar Morin (1921-2026), nato a Parigi da una famiglia ebrea sefardita di origini livornesi, è una figura difficile da classificare. Filosofo, sociologo, epistemologo, preferiva tuttavia definirsi umanologo”. Nel 1941 entrò nella Resistenza francese – assumendo il nome di battaglia Morin – e conobbe, tra gli altri, François Mitterrand; nel dopoguerra fu capo della Propaganda del governo francese a Berlino. Nel 1942 completò gli studi a Tolosa, conseguendo la laurea in Storia e Geografia e il dottorato in Sociologia all’EHESS di Parigi. Nel tempo accumulò numerose lauree honoris causa in Europa e nel mondo. Nel 1950 entrò al CNRS, dove sviluppò, per oltre trent’anni, ricerche su cultura di massa, giovani e divismo. Fondò Arguments e poi, con Barthes e Friedmann, Communications – rivista che, insieme a Baudrillard, Attali, Augé, Eco, Kristeva e Guattari, contribuì a definire le Scienze della comunicazione. Nel 1951 fu espulso dal Partito comunista per un articolo sui processi stalinisti, episodio rielaborato in Autocritica (Moretti&Vitali,1962).

Attraversò il sapere del Novecento senza accettarne le partizioni disciplinari. Fu questa refrattarietà a costargli la diffidenza dell’accademia. La stessa refrattarietà che lo rese, alla lunga, stimato e necessario.

Il contributo di Morin all’analisi geopolitica e strategica non è diretto né sistematico. Eppure Il Metodo (Raffaello Cortina Editore, 2001) – opera fondativa in sei volumi – ha fornito una delle poche grammatiche concettuali capaci di descrivere l’ordine mondiale senza ridurlo.

Il punto di partenza è epistemologico. La compartimentazione disciplinare produce cecità sistemica: dove la formazione tradizionale genera “menti unidimensionali ed esperti riduzionisti“, il pensiero complesso esige la capacità di tenere insieme dimensioni eterogenee – biologica, culturale, politica, mitica – senza sintesi premature. Il nucleo più radicale è nell’epistemologia della conoscenza: non esiste osservazione puramente esterna, e ogni esperienza porta con sé il rischio dell’errore. Errore che non è un incidente del sapere, ma una sua componente costitutiva.

Ne consegue che i sistemi internazionali – caratterizzati da interdipendenze non lineari, effetti emergenti e sensibilità alle condizioni iniziali – non sono governabili con modelli deterministici. L’idea che variazioni minime producano effetti amplificati e inattesi – il cosiddetto effetto farfalla – era già nel pensiero di Morin prima di diventare lessico corrente dell’analisi strategica.

Il costrutto della Terra-patria (Raffaello Cortina Editore,1993) è forse il contributo più direttamente traducibile in chiave analitica: la globalizzazione ha prodotto una comunità di destino – nucleare, ecologica, sanitaria – senza produrre una corrispondente comunità di coscienza e di governance. Nella lectio magistralis a Bergamo, Morin lo disse con precisione chirurgica: il pianeta è diventato “una nave spaziale che viaggia grazie alla propulsione di quattro motori scatenati: scienza, tecnica, industria, profitto”, senza alcuna capacità di governo condiviso. Questa asimmetria è all’origine di buona parte delle crisi attuali, e la sua diagnosi precede di trent’anni il lessico della policrisi oggi diffuso nei contesti istituzionali.

Morin non ha costruito strumenti per l’analisi di Intelligence o per il decision-making. Foresight strategico, network analysis e simulazioni traggono ispirazione da tradizioni distinte: cibernetica, teoria dei sistemi complessi, scienza delle reti. Il suo contributo è di ordine diverso: ha preparato il terreno e posto la riforma del pensiero come precondizione di qualsiasi riforma istituzionale.

Rimane aperto il nodo tra complessità come categoria analitica e complessità come condizione dell’agire. Morin ha privilegiato la prima; l’Intelligence e la strategia operano sulla seconda, con vincoli che il pensiero complesso non sempre soddisfa. In questo scarto risiede, tuttavia, la sua utilità residua: in un contesto in cui la pressione verso la semplificazione è fisiologica, il suo lascito funziona come correttivo: un promemoria che la realtà eccede i modelli, e che la cecità strategica nasce quasi sempre da riduzioni concettuali indebite.

Alla domanda “Chi sei, alla tappa del secolo?” Morin rispose: “Un essere umano”.

Per lui l’incompiutezza non era una mancanza: era la condizione che tiene aperto il pensiero laddove ogni sistema tende a chiudersi.

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