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VIOLENZA DI GENERE, FORMAZIONE E SICUREZZA

La sicurezza nazionale è stata a lungo pensata come protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali dello Stato. Una definizione per oggetti: infrastrutture, apparati, filiere, confini. Nella Relazione al Parlamento 2026, il Sistema di informazione per la sicurezza ne propone una lettura estensiva: il rischio si esprime in processi cumulativi che possono incidere sulla stabilità istituzionale, sulla fiducia dei cittadini e sulla capacità decisionale delle istituzioni, operando stabilmente al di sotto della soglia del conflitto armato.

Accanto alla sfera materiale compare quella immateriale – fiducia, coesione, capacità di decidere. La Relazione ne trae una conseguenza operativa quando individua, fra gli investimenti per una strategia di difesa integrata, l’alfabetizzazione digitale della popolazione. Una capacità diffusa trattata come componente della sicurezza, prossima alle infrastrutture critiche.

Su questa base si può formulare un’ipotesi: se la sicurezza comprende anche la tenuta della coesione sociale, allora la violenza di genere può essere osservata come fattore di erosione interna di quella coesione. La sua prevenzione richiede quindi di intervenire sulle condizioni culturali che precedono la condotta violenta.

Le politiche di contrasto intervengono prevalentemente dopo la soglia penale; la misurazione istituzionale registra soprattutto ciò che è già emerso. La prevenzione deve guardare a ciò che accade prima.

Il Dossier Viminale 2026 registra, nel primo semestre, una flessione dei reati del 10% rispetto allo stesso periodo del 2025. La contrazione attraversa tutte le fattispecie a maggiore allarme sociale. La sua distribuzione, però, non è uniforme. Gli omicidi volontari calano del 15,3%, le rapine del 12,3, i furti dell’11,4, truffe e frodi informatiche del 9,5. Le violenze sessuali arretrano del 7,1%: passano da 3.384 a 3.142. E’ quindi la fattispecie che, tra quelle considerate, arretra meno. Non si tratta di una controtendenza – il numero assoluto diminuisce – ma di una riduzione più lenta che merita di essere indagata.

Un secondo elemento riguarda gli strumenti di prevenzione. Gli ammonimenti del questore crescono del 10,7%, da 4.138 a 4.582: quelli per stalking calano del 12,3%, mentre quelli per violenza domestica crescono del 24,1, passando da 2.616 a 3.247.

Sul dato più esposto mediaticamente occorre cautela. Le vittime di sesso femminile di omicidio volontario e femminicidio passano da 54 a 34: uno scostamento del 37% che corrisponde, però, a 20 unità. Un dato di questa entità, su base semestrale, non consente da solo di definire una tendenza. La comparabilità della serie è inoltre condizionata dall’entrata in vigore dell’articolo 577-bis, dal 17 dicembre 2025: delle 34 vittime del semestre, 8 sono schedate come femminicidio e 26 come omicidio volontario. Il perimetro della nuova fattispecie penale non coincide né con quello del fenomeno sociale né con quello delle classificazioni statistiche utilizzate per rilevarlo.

Le uccisioni di donne fra luglio e la seconda metà di agosto, in diversi casi con contestazione o ipotesi investigativa di femminicidio, confermano la fragilità delle inferenze su base semestrale. La sequenza mostra l’inadeguatezza dell’unità di misura rispetto al fenomeno.

Il quadro pluriennale è più informativo.

Il Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno registra 119 omicidi volontari con vittime di sesso femminile nel 2023, altrettanti nel 2024 e 97 nel 2025: una riduzione reale concentrata nell’ultimo anno. Di quelle 97, 85 sono state uccise in ambito familiare o affettivo. Il dato decisivo è però un altro: gli omicidi commessi da partner o ex partner con vittime donne sono stati 64 nel 2023, 62 nel 2024, 62 nel 2025. Immutati, mentre il totale degli omicidi volontari scendeva da 341 a 286.

L’Istat, per il 2024, stima 106 femminicidi su 116 donne vittime di omicidio, il 91,4%, di cui 62 all’interno della coppia e 37 per mano di altri familiari.

La relazione intima o familiare continua a spiegare la quasi totalità dei casi. Sono dati operativi, soggetti a variazioni nel corso delle indagini e periodicamente riallineati. Suggeriscono, però, di guardare anche a ciò che accade – o non accade – nei contesti che precedono il fenomeno.

La Relazione al Parlamento, nella sezione dedicata alla minaccia interna, propone una lettura della violenza che non riguarda nello specifico la sfera relazionale, ma offre una chiave concettuale utile a inquadrarla. Vi si osserva come alcune attivazioni aggressive non nascano dall’adesione a un’ideologia strutturata, bensì dalla fascinazione per la violenza, alimentata da una progressiva desensibilizzazione rispetto ai contenuti violenti reperibili online, fruibili su piattaforme mainstream anche in contesti non necessariamente estremisti. Dove un’ideologia emerge, essa appare strumentale a giustificare il ricorso alla violenza più che a determinarlo. È una descrizione di un processo che procede per gradi, per esposizione e disinibizione progressiva.

La letteratura clinica e criminologica sulla violenza domestica offre, in un contesto diverso, uno spunto analogo: la condotta violenta può essere osservata come processo di apprendimento. Il parallelismo riguarda non i fenomeni, ma la dinamica dell’escalation.

La violenza nella relazione non è necessariamente un evento improvviso. In molti casi procede per gradi: la battuta che sminuisce, l’insulto, la prevaricazione, il controllo, l’isolamento, la minaccia, il gesto. Ogni scalino ridefinisce la soglia di ciò che è tollerabile, per chi agisce e per chi subisce. Rappresentarla come un raptus indebolisce la sequenza.

La Relazione del DIS descrive, in altro ambito, una tecnica di manipolazione informativa che consiste non nel diffondere notizie false ma nel riformulare il contesto di fatti veri fino a indurre conclusioni diverse da quelle che i fatti sostengono. Una dinamica analoga ricorre nel racconto che gli autori fanno di sé. Le formule “l’amavo troppo” o “ero troppo coinvolto” non spiegano la condotta: sostituiscono un processo con un evento. Raptus e troppo amore sono gli estremi convergenti della stessa narrazione, prodotta in un caso dalla rappresentazione pubblica e nell’altro dall’autore. Entrambe rendono il processo meno visibile e, dunque, più difficile da riconoscere sul nascere.

Le narrazioni correnti collocano la violenza nel circuito amoroso, come sentimento portato “oltre”: la gelosia eccessiva e la passione travolgente con cui gli stessi maltrattanti giustificano le loro condotte. Elie Wiesel (Discorso alla Casa Bianca, 12 aprile 1999) osservava che l’opposto dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza, disagio psicologico più diffuso al mondo. La formula indica la direzione contraria: ciò che rende possibile la violenza di dominio non è un sentimento “fuori scala”, ma la progressiva sottrazione dell’altro alla condizione di soggetto. Il meccanismo attraverso cui quell’assenza si produce è la reificazione: l’altro cessa di essere percepito come soggetto autonomo e viene trattato come oggetto di disponibilità. Una logica che trova alcuni elementi corrispondenti nell’articolo 577-bis che richiama odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso e dominio.

Le statistiche mostrano una prevalenza degli autori uomini e delle vittime donne. Ma il dato sull’autore definisce la responsabilità penale, non spiega da solo il fenomeno. Lo schema aggressore-vittima è necessario sul piano giudiziario, insufficiente come modello preventivo.

La formula di Paolo Crepet “è un ex bambino” – può essere assunta qui non come spiegazione criminologica, ma come sintesi intuitiva di un problema più preciso: le condotte adulte si formano dentro traiettorie di socializzazione. Quel bambino ha sperimentato una famiglia, una scuola, un gruppo di pari, un ambiente mediatico, incontrando in questi contesti indicazioni su che cosa significhi essere maschio. Alcune esplicite, la maggior parte implicite. La domanda non è, dunque, perché quell’uomo sia violento, ma quali processi di apprendimento possano avere contribuito a rendere l’aggressività una risorsa socialmente spendibile – e premiata – prima ancora che egli potesse comprenderla.

In audizione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, lIstat individua come presupposto stesso della prevenzione il riconoscimento che la violenza contro le donne si fonda su una cultura di genere distorta e stereotipata e sull’asimmetria delle relazioni di potere fra uomini e donne.

La trasmissione culturale dei modelli di genere coinvolge entrambi i sessi, senza per questo rendere simmetrici né la distribuzione della violenza né i rapporti di potere che la caratterizzano. Il bambino a cui si insegna che reagire e non scusarsi è ciò che ci si attende da lui, l’aggressività codificata come tratto virile e, in determinati contesti, come criterio di desiderabilità, sono trasmissioni culturali diffuse più che devianze individuali.

Il codice opera anche nel discorso ordinario fra pari, in forme che nessuno percepisce come violente. La gelosia letta come prova di interesse e l’assenza di sorveglianza interpretata come disaffezione, formule che circolano nel linguaggio comune e che possono contribuire a rendere meno riconoscibili i primi gradini della condotta di controllo.

Riconoscere l’impianto culturale che precede le scelte individuali non attenua la responsabilità personale: sposta lo sguardo dal giudizio sul singolo al sistema che lo ha formato. È la differenza fra registrare un fenomeno e agire sulle condizioni che gli consentono di riprodursi.

Se una parte delle condotte violente si forma anche attraverso l’apprendimento, allora la formazione diventa una delle condizioni su cui è possibile intervenire.

L’ammonimento è uno strumento amministrativo di prevenzione che permette di intervenire prima dell’aggravamento della condotta e della sua evoluzione verso ulteriori fattispecie di reato. La sua crescita del 24,1% nella sfera domestica mostra che è aumentato il ricorso allo strumento. Resta da misurare quanto quell’aumento dipenda dall’attività degli organi competenti e quanto dalla capacità dei contesti sociali di riconoscere e segnalare precocemente il rischio. Il modello suggerisce in ogni caso una forma di responsabilità distribuita: non soltanto chi subisce, ma anche chi osserva può diventare punto di intercettazione. L’ammonimento certifica il riconoscimento, non la protezione. Registra l’attivazione dello strumento, non ciò che accade dopo. Per valutare la prevenzione occorre quindi distinguere gli indicatori di attività dagli esiti nei casi emersi: i primi misurano l’azione dell’amministrazione, i secondi la tenuta della catena che dal riconoscimento porta alla protezione effettiva.

Da qui discendono tre indicazioni.

La prima riguarda la scuola. Se i processi di apprendimento iniziano nei contesti educativi primari, è lì che va collocato l’intervento sui modelli. Non come contenuto morale aggiuntivo, ma come alfabetizzazione relazionale: riconoscimento dell’escalation, del controllo, della normalizzazione progressiva. La Relazione al Parlamento colloca l’alfabetizzazione digitale fra gli investimenti decisivi per la sicurezza nazionale, quella relazionale può essere pensata nella stessa logica. Alle ragazze e ai ragazzi che rientrano da un primo appuntamento si domanda a che ora sono tornati e dove sono stati; non si domanda se si siano sentiti rispettati. Sono domande di controllo anziché di riconoscimento: le prime verificano dove e con chi ci si è trovati, le seconde costruiscono la capacità di nominare ciò che accade dentro una relazione. La Convenzione di Istanbul include prevenzione ed educazione tra gli ambiti di intervento degli Stati aderenti: la formazione non è un’aggiunta alle politiche di prevenzione, è un impegno già assunto.

La seconda riguarda la rappresentazione pubblica. La narrazione del raptus produce una comprensione del fenomeno incompatibile con la sua struttura, e non si riconosce ciò per cui non si dispone di una descrizione: sostituirla con una rappresentazione dell’escalation è la precondizione perché il riconoscimento precoce diventi possibile per chi vive la situazione. Nel 2026 femminicidio è risultato il neologismo più cercato sul portale Treccani, segnale di un bisogno di orientamento lessicale davanti a un fenomeno che si fatica a nominare. Il lessico di un’epoca definisce le sue possibilità di comprensione, e l’inadeguatezza delle parole rispetto alla realtà è essa stessa un problema conoscitivo.

La terza riguarda la misurazione. Il Dossier documenta le risorse impiegate e i provvedimenti adottati, non offre però un indicatore diretto della capacità sociale di riconoscere e segnalare. Non lo offre nemmeno il quadro informativo integrato Istat–Dipartimento per le pari opportunità, che pure raccoglie Forze dell’ordine, servizi sanitari, centri antiviolenza e numero di pubblica utilità 1522: anche quel sistema è prevalentemente orientato a rilevare ciò che accade una volta emerso il bisogno di aiuto o avvenuto il primo contatto. La prevenzione avrebbe bisogno di indicatori di processo, non soltanto di indicatori di attività: tempo tra il primo segnale e la segnalazione; soggetto che intercetta il rischio; fase dell’escalation in cui avviene l’intercettazione; accesso ai servizi; reiterazione delle condotte; esito della presa in carico.

Le politiche che agiscono a valle producono risultati leggibili nel breve periodo e per questo dominano la rendicontazione; quelle che intervengono sui processi formativi – l’educazione, secondo l’indicazione ricorrente di Mario Caligiuri – producono effetti più lenti e difficili da misurare, e per questo tendono a restare marginali nelle decisioni.

La distanza fra un semestre in flessione e le settimane di sangue che ne sono seguite misura l’inadeguatezza della statistica rispetto alla durata del fenomeno: si contano i mesi mentre la violenza si costruisce lungo traiettorie che attraversano le generazioni.

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