CULTURA DELLA SICUREZZA E DISAFFEZIONE
🇮🇹 La legge assegna al Sistema di informazione la promozione della cultura della sicurezza senza definirne contenuto, destinatari e indicatori. Muovendo da quella lacuna, Andrea Bardazzi, presidente Sezione Giovani SOCINT, individua nella disaffezione dei giovani adulti – non nella disinformazione – il fenomeno da presidiare. Se l’oggetto protetto è la comunità e i suoi valori, quella distanza smette di essere un problema di comunicazione e diventa una questione di sicurezza.
🇬🇧 Italian law assigns the promotion of a security culture to the Intelligence system without defining its content, its addressees or its indicators. Starting from that gap, Andrea Bardazzi identifies disaffection among young adults – rather than disinformation – as the phenomenon to be addressed. If what is protected is the community and its values, that distance ceases to be a communication problem and becomes a security one.
Nel 2000, su Per Aspera ad Veritatem, Mario Caligiuri si chiedeva se un’istituzione fondata sul segreto potesse sviluppare una dimensione pubblica verso i cittadini e il mondo della cultura. La riforma del 2007 ha dato una cornice giuridica a quella trasformazione, iscrivendo fra i compiti del sistema anche la promozione della cultura della sicurezza.
Andrea Bardazzi, presidente Sezione giovani SOCINT, su Formiche, riprende la questione spostandone il focus: non che cosa ricada sotto la parola sicurezza, ma che cosa significhi promuovere una cultura.

La legge 124 del 3 agosto 2007 – la cosiddetta “legge sull’Intelligence” – declina la sicurezza della Repubblica come difesa dell’indipendenza, dell’integrità e della sicurezza della comunità e delle istituzioni democratiche, a protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali del Paese, affidandone il presidio al DIS e alle due Agenzie, AISI e AISE. La scelta lessicale non è casuale.
Sulla stessa rivista che ospita la domanda di Caligiuri, Marco Valentini osserva che dopo la riscrittura dell’articolo 114 della Costituzione il riferimento alla sicurezza dello Stato deve considerarsi superato in favore della sicurezza della Repubblica, intesa come complesso dei valori di cui la Costituzione è espressione, riprendendo la distinzione – fissata dalla Consulta fin dalla sentenza 86 del 1977 – fra gli interessi dello Stato-comunità e quelli del Governo. Se l’oggetto protetto non è l’apparato ma la comunità e i suoi valori, ne deriva un vincolo anche per la cultura che la legge chiede di promuovere: non può risolversi nella tutela dell’istituzione presso i cittadini.
La precisazione non è superflua, perché la sicurezza nazionale resta ciò che Arnold Wolfers definisce un simbolo ambiguo, esposto a estensioni che ne consumano la precisione – la stessa sorte toccata a resilienza e a disinformazione – e ogni estensione porta con sé il rischio della securitizzazione, ossia dell’attribuire rango di sicurezza nazionale a questioni che non lo richiedono.
Fra i valori-chiave che la letteratura riconosce all’oggetto – l’integrità territoriale, l’indipendenza politica e la coesione politico-sociale, il legame che tiene insieme la nazione e le istituzioni – qui è il terzo a essere in gioco.
La disaffezione che l’articolo di Bardazzi pone al centro è, in questa prospettiva, leggibile come un’erosione della coesione politico-sociale; e la cultura della sicurezza può essere inquadrata come uno degli strumenti attraverso cui quel legame viene preservato. Il che definisce insieme potenzialità e limite: proteggere il legame fra cittadini e istituzioni con strumenti che quel legame lo costruiscono, senza scivolare nella securitizzazione di fenomeni che quel legame non minacciano.
Il contesto in cui si sviluppa la riflessione non è quello del 2000. Allora, lo ricorda Bardazzi, lo scenario era definito dalla fine della Guerra fredda, dalla criminalità transnazionale, dall’affacciarsi di internet e dalla competizione geoeconomica ed energetica; oggi da guerra cognitiva, cybercrimine, intelligenza artificiale ed egemonia dei nuovi media. Internet non è più un dominio fra gli altri ma l’infrastruttura ordinaria dell’informazione, e la competizione strategica si è spostata su percezione, fiducia, educazione e capacità di giudizio. Ne discende che i giovani non costituiscono un pubblico fra i molti: abitano nativamente gli ambienti nei quali le minacce si manifestano, e sono simultaneamente bersaglio delle operazioni di influenza e soggetto potenziale della resilienza nazionale.

Il report Digital 2026 di We Are Social e Meltwater colloca in Italia 41,2 milioni di utenti attivi sui social media, pari al 69,7% della popolazione, con una flessione del 2,4% rispetto all’anno precedente; si tratta di una stima di identità attive dichiarate dalle piattaforme, non di persone, e la distinzione conta, perché una contrazione può riguardare gli account non gli individui. Proprio la flessione, però, è il dato che interessa: se la presenza dichiarata arretra mentre l’esposizione all’ambiente informativo non diminuisce, la domanda su dove vada l’attenzione – e su che cosa la calamiti – non ha ancora una risposta.
Su questo sfondo la lettura è precisa: non manca l’attività divulgativa, “manca una definizione del destinatario e del problema”. Le iniziative promosse negli ultimi anni intercettano due interlocutori – gli studenti raggiunti dalla scuola e chi un interesse lo ha maturato individualmente, mentre “resta scoperta la fascia intermedia dei giovani adulti, privi di ragioni professionali o personali per occuparsi di sicurezza nazionale e tuttavia già cittadini, elettori e utenti digitali”. La dispersione può essere interpretata come effetto della struttura stessa della delega: la promozione di una cultura della sicurezza è assegnata senza che ne siano definiti contenuto, destinatari e indicatori e, in assenza di tali determinazioni, ogni iniziativa resta riconducibile alla delega, ma non consente di verificarne né l’efficacia né la coerenza con il fine perseguito.
Il fenomeno che Bardazzi indica come prioritario non è però la disinformazione, termine a suo giudizio ormai saturo e inflazionato, “rumore di fondo che non persuade nessuno e meno che mai chi in quegli ambienti è cresciuto”. È la disaffezione: la distanza apatica verso le questioni di cui l’intelligence si occupa e verso l’istituzione stessa. Chi è disinformato conserva comunque un interesse; il disaffezionato no, e nessuna smentita raggiunge chi non sta guardando.
Da questa diagnosi discendono due direzioni.
La prima è il passaggio dal raccontare al fare. La comunicazione pubblica dell’Intelligence e le iniziative rivolte ai giovani devono assumere carattere laboratoriale, perché il metodo non è classificato. Insegnare a verificare una fotografia, a risalire all’origine di una notizia, a distinguere un indizio da una prova significa trasferire una disciplina del sospetto ordinato, il cui nucleo sta nell’analisi delle ipotesi concorrenti.
La seconda direzione è l’appartenenza: una cultura non si edifica chiedendo ai giovani di adattarsi a un interesse già definito, ma permettendo loro di entrarvi attraverso le loro inclinazioni, “il che impone di riconoscere che l’Intelligence non è soltanto Stem, perché la disinformazione usa tecnologia ma vive di retorica, la radicalizzazione riguarda psicologia e identità, e valutare un’informazione è, prima che un problema tecnico, un problema epistemologico“.
C’è, infine, la questione della credibilità. Per una generazione in cui l’autorevolezza passa per valori e coerenza etica, l’Intelligence deve costruire la propria attendibilità rendendo intelligibili le proprie garanzie: “il controllo parlamentare, il ruolo del Copasir, i vincoli di legge, il rapporto fra segretezza e responsabilità appartengono alla cultura della sicurezza quanto i prodotti dei servizi, insieme alla storia dell’intelligence italiana, pagine controverse comprese”. Solo su queste fondamenta, conclude Bardazzi, una strategia per i nuovi media ha senso – podcast di lunga durata, materiali didattici aperti, profili ufficiali coerenti, una Relazione annuale al Parlamento articolata per temi e accessibile – perché la risposta non è comunicare di più, ma rendere l’intelligence oggetto di interesse culturale e personale.
Le aree che questa impostazione illumina, però, eccedono il campo della sicurezza.
La disaffezione è un fenomeno dei pubblici connessi prima che un problema di comunicazione istituzionale; il confine fra un’educazione al pensiero critico e la cultura del sospetto – che già circola negli ambienti digitali – è materia della sociologia dei media; e la domanda su come un’istituzione costruisca credibilità presso chi quegli ambienti li abita nativamente va rivolta a chi quei pubblici li studia da sempre.
Una cosa, intanto, la si può dire. “Perdere un giovane talento è un problema di reclutamento; perdere una generazione di interlocutori è un problema di sicurezza nazionale“. La distinzione con cui Bardazzi conclude l’analisi è anche la misura della posta in gioco: non l’immagine di un’istituzione, ma la tenuta del legame che la sicurezza della Repubblica ha per oggetto.

