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Dazi: l’Europa tra fedeltà atlantica e autonomia strategica

L’ultima offensiva tariffaria di Trump contro il Made in Italy offre l’occasione per tornare all’analisi di Mario Caligiuri e Valerio De Luca su Milano Finanza: senza superare la dipendenza cognitiva da Washington, l’Europa non potrà mai sviluppare una vera autonomia strategica.

Mario Caligiuri e Valerio De Luca

Con l’annuncio dei nuovi dazi di Trump lo scontro commerciale transatlantico torna a colpire l’Italia. Anche il mobile e il design entrano nel mirino: non settori marginali, ma colonne del Made in Italy, economiche e identitarie. Colpirli significa intaccare la proiezione dell’Italia come potenza culturale e manifatturiera. È l’ennesimo segnale della fragilità europea di fronte a un alleato che piega la cooperazione a logiche di potere.

Da qui muove l’analisi di Mario Caligiuri e Valerio De Luca su Milano Finanza. La domanda è netta: l’Europa può restare fedele al vincolo atlantico e, insieme, conquistare un’autonomia strategica credibile? La risposta del presidente della Società Italiana di Intelligence e del direttore della Scuola di alta formazione Spes Academy si articola lungo la linea della coopetition, la cooperazione competitiva teorizzata da Barry Nalebuff, che definisce i rapporti tra alleati asimmetrici nell’era post-egemonica americana.

Il nodo non sono i dazi. È la dipendenza cognitiva dell’Europa dagli Stati Uniti. Non tanto il divario tecnologico, colmabile con investimenti e ricerca, quanto l’incapacità strutturale di elaborare schemi interpretativi propri. L’Europa continua a leggere il mondo con categorie americane, formate in università americane. Il risultato è una classe dirigente che pensa “americano” anche quando dovrebbe agire “europeo”.

Questa dipendenza si manifesta su tre piani. Nell’Intelligence economica, dove Bruxelles subisce la pressione normativa statunitense, dalle tasse digitali alle sanzioni secondarie. Nella formazione delle élite, che perpetua un capitale umano allineato a paradigmi esterni. Nella proiezione geopolitica, oscillante tra atlantismo acritico e gaullismo nostalgico, incapace di produrre una sintesi operativa.

Il richiamo al Piano Marshall (1948-1952) è inevitabile. Allora l’Europa accettò una dipendenza iniziale per costruire un’autonomia futura. Oggi deve riorientare, sfida più ardua, ma inevitabile.

Caligiuri e De Luca ragionano in termini bipolari – America-Europa – ma la partita è già tripolare. La competizione tra Washington e Pechino è il banco di prova. L’Europa subisce una tripla pressione: dall’America, che chiede allineamento anti-cinese; dalla Cina, che pretende neutralità commerciale; dall’Europa stessa, che invoca autonomia strategica. Giocare la “carta cinese” come leva negoziale rende l’indipendenza più necessaria, ma anche più rischiosa.

L’Italia conosce questa difficoltà. Per storia e posizione, ha imparato a navigare tra lealtà atlantica e interesse nazionale. Non sorprende, dunque, che Università della Calabria e Scuola di Alta Formazione Spes Academy ambiscano a diventare laboratori per formare élite capaci di leggere l’America e pensare l’Europa.

Tre scenari delineano l’evoluzione possibile. Un atlantismo riformato, con capacità autonome subordinate all’alleanza. Un’autonomia selettiva, limitata a settori come tecnologia, Africa o Indo-Pacifico. Una competizione aperta con Washington, con la Cina come leva. Tutti scenari impegnativi, istituzionalmente e politicamente. Tutti richiedono élite in grado di sostenerli.

I nuovi dazi di Trump lanciano dunque una sfida immediata: l’Europa deve trasformare la dipendenza cognitiva in interdipendenza strategica. Restare ancorata all’Occidente, ma con margini di manovra autonomi. Per l’Italia, contribuire a questo processo non è un’ambizione accademica. È politica estera.

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