Mario CaligiuriMaster in IntelligenceUniversità della Calabria

INTELLIGENCE, ANTONINO VACCARO AL MASTER DELL’UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA: “CONOSCENZA, POTERE E VULNERABILITÀ: I NUOVI CONFINI DELLO SPIONAGGIO AZIENDALE”

(Rende, 14.4.2026) – “L’analisi di intelligence tra spionaggio aziendale e industriale” è il titolo della lezione tenuta da Antonino Vaccaro, direttore del Center for Business School di Barcellona, al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.

Uno dei contributi più rilevanti di Vaccaro alla comprensione dell’intelligence economica e dello spionaggio aziendale consiste nell’aver ricondotto tali fenomeni non soltanto alla dimensione tecnico-operativa, ma alla struttura cognitiva attraverso cui individui e organizzazioni interpretano la realtà. In questa prospettiva, il concetto di frame mentale assume una funzione centrale: designa l’insieme degli schemi interpretativi che orientano la percezione, la selezione e l’attribuzione di significato alle informazioni disponibili. I frame servono a dare ordine alla complessità, ma possono anche trasformarsi in un vincolo epistemico. Quando si irrigidiscono, cessano di operare come strumenti di lettura e si convertono in dispositivi di chiusura interpretativa: riducono l’ambiguità del reale al prezzo di una crescente cecità selettiva, rendendo l’attore più prevedibile, più autoreferenziale e, in definitiva, più manipolabile.

L’episodio dell’incendio di Mann Gulch del 1949 costituisce, da questo punto di vista, un paradigma istruttivo. Il fatto che alcuni membri della squadra antincendio rimasero vincolati, fino all’esito fatale, a un principio addestrativo apparentemente razionale – non abbandonare mai l’equipaggiamento – mostra con chiarezza come una regola funzionale in condizioni ordinarie possa diventare letale in un contesto eccezionale. L’insegnamento è netto: nessun frame è problematico in sé; lo diventa quando viene assolutizzato e quando il soggetto non dispone più della capacità di sospenderlo, relativizzarlo o sostituirlo.

Antonino Vaccaro

Il compito dell’analista, per Vaccaro, non si esaurisce nella raccolta di dati, né coincide con una mera attività descrittiva. L’analisi consiste in un processo di validazione, contestualizzazione, interpretazione e gerarchizzazione dell’informazione. Ciò implica la capacità di distinguere tra dato e inferenza, tra informazione e rumore, tra evidenza e costruzione manipolativa. Da questa prospettiva, l’intelligence si configura come una disciplina del discernimento più che dell’accumulazione. È qui che acquistano rilievo i weak signals: indizi apparentemente marginali che, se correttamente interpretati, consentono di anticipare tendenze emergenti, mutamenti strategici o vulnerabilità sistemiche.

Queste considerazioni risultano decisive nell’economia contemporanea, in cui il valore competitivo di un’organizzazione è sempre meno riconducibile ai soli asset materiali e sempre più legato al suo patrimonio immateriale: know-how, ricerca e sviluppo, proprietà intellettuale, processi produttivi, relazioni commerciali, capacità organizzative. In tale scenario, lo spionaggio aziendale va inteso come l’insieme delle pratiche volte all’acquisizione, alla sottrazione o allo sfruttamento illecito di informazioni riservate o strategicamente sensibili appartenenti a un’organizzazione. Sottrarre informazione non significa semplicemente appropriarsi di un contenuto, ma comprimere artificialmente il tempo della competizione, eludere i costi della ricerca, abbreviare i cicli di innovazione e trasferire valore strategico da un soggetto a un altro senza riprodurne il percorso generativo.

Per questa ragione, la vulnerabilità informativa non riguarda soltanto le grandi imprese industriali o i settori ad alta tecnologia, ma attraversa l’intero ecosistema della produzione di conoscenza: università, centri di ricerca, laboratori, studi professionali, società di consulenza e filiere produttive. Il valore economico, infatti, non risiede soltanto in ciò che è formalmente protetto, ma anche in ciò che circola informalmente sotto forma di prassi, intuizioni, routine, relazioni e competenze tacite. Uno degli aspetti più sofisticati dello spionaggio contemporaneo consiste proprio nella sua capacità di presentarsi in forme non immediatamente ostili: si insinua nella conversazione professionale, si appoggia a relazioni apparentemente legittime, sfrutta il linguaggio specialistico e costruisce progressivamente un contesto di fiducia. In questo quadro, le diverse forme di intelligence concorrono a definire un ambiente operativo ibrido: la HUMINT valorizza il ruolo delle fonti umane; la OSINT utilizza fonti aperte e pubblicamente accessibili; la FININT ricostruisce interessi e strutture decisionali attraverso le tracce economico-finanziarie; il cyber espionage interviene sulle infrastrutture digitali; l’IMINT si fonda infine sull’osservazione visuale e tecnica.

Particolarmente rilevante, in questo contesto, è la tecnica dell’elicitation, una delle modalità più raffinate di estrazione informativa non coercitiva. Essa non consiste nell’interrogare frontalmente il soggetto, ma nel creare le condizioni conversazionali e psicologiche affinché l’informazione emerga spontaneamente o venga rivelata senza che il soggetto percepisca pienamente la natura dell’atto comunicativo in cui è coinvolto. La sua efficacia risiede proprio nel presentarsi come interazione ordinaria, cooperativa o apparentemente innocua. Tra le tecniche impiegate rientrano la simulata incredulità, il quid pro quo, le domande indirette, il mirroring, la costruzione di familiarità e la tactical empathy. Ne consegue che l’anello debole non coincide necessariamente con il vertice della struttura, ma spesso con il livello meno consapevole del valore di ciò che sa.

Vaccaro insiste opportunamente anche sul fatto che le minacce informative non provengono esclusivamente dall’esterno. Una teoria realistica dello spionaggio aziendale deve includere concorrenti, dirigenti infedeli, consulenti, intermediari, professionisti di contatto, personale in uscita, dipendenti motivati da risentimento o convenienza e quelle figure ibride che si muovono in una zona grigia tra lecito e illecito, i cosiddetti boundary elements. A ciò si aggiunge il tema degli incentivi: sistemi premiali mal calibrati, pressioni performative eccessive, culture aziendali opache o ambienti ad alta competitività interna possono favorire comportamenti devianti. È precisamente in tale dinamica che si inserisce il meccanismo dello slippery slope: la compromissione raramente inizia con la cessione di un’informazione decisiva, ma prende forma attraverso concessioni minime, apparentemente irrilevanti, che vengono progressivamente normalizzate sul piano morale e cognitivo.

La stessa logica si ritrova nel cyber spionaggio, che troppo spesso viene letto come questione esclusivamente tecnica. In realtà, anche l’attacco informatico sofisticato continua molto spesso a dipendere da una vulnerabilità umana preliminare: phishing, furto di credenziali, malware, trojan, dispositivi compromessi, social engineering e strumenti di automazione basati sull’intelligenza artificiale mostrano che la superficie di attacco non è composta soltanto da reti e software, ma anche da abitudini cognitive, routine operative e livelli di attenzione. Ne deriva che la protezione dal rischio di spionaggio aziendale non può essere affidata esclusivamente alla tecnologia o alla formalizzazione normativa della segretezza. Firewall, protocolli e clausole di riservatezza sono necessari, ma non sufficienti. La prima infrastruttura di sicurezza di un’organizzazione è di natura cognitiva e culturale. In ultima analisi, Vaccaro ha concluso che lo spionaggio aziendale prospera soprattutto dove manca una cultura dell’attenzione: solo un’organizzazione capace di coniugare rigore analitico, flessibilità cognitiva e maturità culturale può ridurre in modo credibile il rischio di penetrazione informativa, manipolazione e trasferimento illecito di conoscenza strategica.

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