INTELLIGENCE, ROBERT GORELICK AL MASTER DELL’UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA: “IL FUTURO DELL’INTELLIGENCE E LE SFIDE DEL CAMBIAMENTO TECNOLOGICO”.
Contributo a cura degli studenti, per gentile condivisione del direttore Mario Caligiuri.
Rende (5.2.2026) – “Il futuro dell’Intelligence e le sfide del cambiamento tecnologico” è il titolo della lezione tenuta da Robert Gorelick, capo centro della CIA in Italia dal 2003 al 2008, al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.
Gorelick vanta una carriera trentennale nell’intelligence iniziata nel 1981. È considerato uno dei massimi esperti mondiali di HUMINT (Human Intelligence) e ha operato sotto copertura in circa 60 Paesi.
Durante il suo mandato a Roma, ha gestito i rapporti con i vertici dello Stato italiano e del Vaticano. Oltre all’incarico in Italia, è stato Capo Divisione della CIA a Langley, Virginia e ha guidato le stazioni dell’Agenzia in diversi paesi dell’America Latina, tra cui Panama e Perù fra il 1997 e il 2001.

“Parlerò del futuro dell’intelligence e dei profondi cambiamenti che hanno caratterizzato questo settore negli ultimi anni.”
Con questa premessa programmatica, Robert Gorelick ha introdotto la sua lezione, delineando una traiettoria che vede lo spionaggio classico confrontarsi con una realtà tecnologica che ha scardinato i pilastri secolari della professione.
In un mondo dove la segretezza è sempre più difficile da preservare, il docente ha analizzato come i servizi debbano reinventarsi per continuare a svolgere la loro funzione primaria e cioè quella di rubare segreti per ridurre l’incertezza nelle decisioni dei governi.
L’ex capo centro CIA ha evidenziato come Il sistema di intelligence sia cambiato radicalmente negli ultimi venticinque anni e come gli Stati Uniti siano stati spesso i precursori di questi cambiamenti, dettando le regole per l’intero blocco occidentale.
Un esempio emblematico è l’istituzione nel 2004 del DNI (Direttore dell’Intelligence Nazionale), una riforma strutturale che l’Italia ha seguito tre anni dopo, nel 2007, con la creazione del DIS (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, istituito dall’art. 4 della legge 3 agosto 2007, n. 124).
Questo parallelismo conferma come le soluzioni riorganizzative adottate a Washington diventino spesso il modello di riferimento per i servizi alleati.
In questo scenario, le discipline di ricerca si sono moltiplicate e integrate. Se la HUMINT (Human Intelligence) rimane il pilastro fondamentale, discipline come la SIGINT (Signals Intelligence), l’OSINT (Open Sources Intelligence), l’ELINT (Electronic Intelligence) e l’IMINT (Imagery Intelligence) hanno assunto un peso crescente.
Gorelick ha citato anche la ADDINT, una nuova frontiera che utilizza i dati delle società di pubblicità per tracciare movimenti fisici, dimostrando come informazioni apparentemente banali possano rivelare segreti strategici, come la posizione di basi militari nascoste.
Gorelick ha affermato che il cuore dello spionaggio, che fonda le sue basi nel ciclo del reclutamento delle fonti, ha trovato nelle moderne tecnologie nuovi strumenti di attuazione.
Ha infatti evidenziato come oggi sia possibile avvicinare obiettivi inaccessibili nel mondo reale – dai trafficanti nella giungla della Colombia ai terroristi in zone remote – attraverso i social media, con la creazione di avatar, ufficiali virtuali con profili costruiti ad arte.
La tecnologia permette, inoltre, di studiare i target con una precisione senza precedenti, attraverso l’utilizzo di strumenti di SIGINT è possibile conoscere le abitudini di un obiettivo per poi usarli nell’ambito dell’HUMINT allo scopo del reclutamento.
L’Intelligenza Artificiale sta trasformando anche il lavoro quotidiano dei funzionari dell’intelligence.
Gorelick ha quindi introdotto il concetto di “case officer in a box” (ufficiale in scatola), un supporto tecnologico capace di assistere l’operatore nel debriefing delle fonti, suggerendo domande o analizzando dati tecnici in tempo reale. In questo ambito.
Ha poi menzionato l’uso di versioni speciali di AI (intelligenza artificiale), come Claude, sviluppate per le agenzie americane per operare su lingue complesse e grandi volumi di dati, migliorando drasticamente la capacità analitica dei servizi.
Gorelick ha rievocato l’epoca dell’intelligence “romantica”, quando lo spionaggio si basava su mezzi che oggi appaiono quasi rudimentali, come le mongolfiere usate nella Guerra Civile americana o l’uso di parrucche e baffi finti per cambiare identità più volte al giorno.
Oggi, questo mondo è finito. La sorveglianza tecnica è diventata onnipresente, telecamere, riconoscimento facciale accurato anche a distanza (capace di identificare un soggetto a un chilometro di distanza o con il volto parzialmente oscurato), impronte biometriche e l’analisi dei Big Data rendono quasi impossibile operare senza lasciare tracce.
“Oggi non è più possibile cambiare identità in un aeroporto indossando una parrucca o esibendo un passaporto falso grossolano. La tracciabilità biometrica e la presenza digitale rendono ogni movimento un dato permanente.”
In questo nuovo contesto, la storia di copertura di un operatore di intelligence deve evolversi in una vera e propria identità.
Non basta più simulare una professione, l’agente moderno deve vivere una vita reale, con un profilo professionale e sociale verificabile.
Gorelick ha sottolineato l’importanza di reclutare professionisti che utilizzino il loro vero lavoro (per esempio in banche o aziende) come copertura naturale, integrandosi perfettamente nel tessuto economico e sociale.
L’operatore dovrà avere una ragione legittima e duratura per risiedere in un paese straniero, essenziale per operare nel servizio clandestino fuori dalle ambasciate senza essere smascherati dai sistemi di controspionaggio.
Una strategia particolarmente rilevante per paesi come l’Italia, dove la Legge 124/2007 rende complessa l’istituzione di un vero servizio clandestino, é quella di reclutare professionisti che possano operare sotto “Cover for Status” – ovvero una copertura per un’azione – i quali hanno una ragione legittima e verificabile per trovarsi in un determinato paese e/o contesto in un determinato momento.
La lezione ha toccato anche il ruolo crescente delle aziende private, spesso formate da ex agenti che conoscono i fabbisogni dell’intelligence e forniscono tecnologie e capacità operative che lo Stato non riesce più a sviluppare internamente.
Gorelick ha citato esempi di società capaci di intercettazioni sofisticate, sottolineando come la collaborazione con il privato sia ormai una necessità per ogni servizio moderno.
Sul piano geopolitico, Gorelick ha espresso una posizione contraria all’idea di un’Agenzia di Intelligence Europea, sostenendo che la fiducia e la condivisione di informazioni tra i servizi più importanti come quelli di Stati Uniti d’America, Regno Unito, Israele, si basino su rapporti bilaterali che un’agenzia unica indebolirebbe.
Un’agenzia unica, a suo avviso, sarebbe intrinsecamente debole, poiché la sua forza sarebbe limitata dall’anello più fragile della catena, esponendo segreti vitali a paesi con culture di sicurezza meno rigorose o più vulnerabili a infiltrazioni esterne. Inoltre, le diverse culture di intelligence e gli interessi nazionali divergenti tra i 27 stati membri renderebbero la condivisione delle informazioni più riservate estremamente problematica.
Il dibattito italiano è stato appena accennato con un chiaro riferimento alla proposta del Prefetto Franco Gabrielli per un servizio unico. Gorelick ha espresso scetticismo, argomentando che i compiti e le modalità operative di un servizio interno (più orientato alla polizia) e di uno esterno (spionaggio) sono intrinsecamente diversi e richiedono addestramenti e mentalità distinte.
Un servizio unico, ha osservato, è tipico dei paesi totalitari e l’Italia ha già avuto esperienze negative in tal senso.
La persistente difficoltà dell’Italia nell’istituire un vero servizio clandestino, rappresenta un vulnus strategico che limita la capacità operativa del paese in contesti internazionali.
L’interazione con gli studenti ha evidenziato il passaggio a una dottrina di intelligence integrata, dove la sinergia tra innovazione tecnologica (SIGINT) e fattore umano (HUMINT) supera le vecchie frammentazioni burocratiche.
Attraverso l’analisi delle diverse strategie nazionali – dalla creatività nelle coperture israeliane al soft power relazionale italiano nel reclutamento – è emerso come l’efficacia operativa dipenda oggi da una profonda sensibilità psicologica e culturale.
In conclusione, la lezione di Robert Gorelick ha delineato un futuro in cui la gestione delle minacce ibride, come la manipolazione algoritmica dei social, richiede un equilibrio critico tra strumenti digitali e immaginazione operativa.
In un contesto di sorveglianza pervasiva, la capacità di adattamento multidisciplinare e l’integrazione delle diverse reti informative rimangono i pilastri per garantire la stabilità democratica in un panorama globale in costante metamorfosi.

