La battaglia per l’Artico: il nuovo grande gioco del XXI secolo
La Cina inaugura l’era delle rotte polari mentre l’Occidente sta a guardare
Alle 4,30 del 23 settembre, ora di Beijing, la nave portacontainer Istanbul Bridge ha lasciato il porto di Ningbo-Zhoushan, diretta a Felixstowe, il maggiore scalo del Regno Unito. È la prima traversata container express artica tra Cina ed Europa, un segnale chiaro di quanto le rotte polari stiano diventando un terreno strategico nel XXI secolo.

La rotta nord-orientale riduce i tempi di navigazione da circa 40 a 18 giorni rispetto al passaggio da Suez. La cosiddetta Via della Seta dei Ghiacci diventa realtà: mentre l’Occidente discute, Pechino consolida il controllo su nuove arterie commerciali globali.
Mario Caligiuri, presidente della Società Italiana di Intelligence, ed Emanuela Somalvico, direttore dell’Osservatorio Artico nato lo scorso anno in seno alla stessa, ricordano oggi sul Riformista che l’Artico non è più terra di nessuno: la crisi climatica, con una riduzione dello spessore dei ghiacci artici del 40% negli ultimi cinquant’anni, trasforma una tragedia ambientale in opportunità. Le temperature crescono a velocità doppia rispetto alla media globale e, secondo le proiezioni, entro il 2030 si potrebbe registrare la prima estate quasi priva di ghiaccio. La Relazione 2025 del DIS conferma che “al Polo Nord l’emisfero boreale si sta riscaldando in misura nettamente superiore rispetto a quello australe”.

Le scorciatoie polari non sono solo un risparmio di giorni: determinano gerarchie nel commercio globale. La guerra in Ucraina ha accelerato la convergenza strategica Mosca-Pechino. La Russia, con oltre metà delle coste artiche, ha aperto infrastrutture e acque alla Cina in cambio di sostegno economico e politico. Nel 2024 sono stati siglati accordi scientifici e militari e avviate joint venture per navi polari, mentre il gasdotto Power of Siberia 2 rafforza la dipendenza cinese dall’energia russa.
I dati sono incontrovertibili: la Rotta del Mare del Nord ha registrato un traffico record di 37,9 milioni di tonnellate, con la NewNew Shipping che ha raddoppiato le traversate in un anno. Gli Stati Uniti guardano all’Artico come a un nuovo fronte strategico. La Groenlandia custodisce risorse minerarie cruciali e il controllo del passaggio GIUK, vitale per la NATO. Le dichiarazioni di Donald Trump sull’acquisizione dell’isola riflettono una strategia di contenimento della Cina e di rafforzamento del dominio atlantico.
Pechino, autoproclamatasi “Paese quasi artico” nel 2018, ha seguito una strategia paziente: cooperazione scientifica, investimenti minerari e consolidamento delle rotte. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dagli stretti di Malacca e Suez, vulnerabili e sotto influenza occidentale. La traversata dell’Istanbul Bridge segna un salto di qualità: da 40 a 18 giorni, cambiando le logiche del commercio globale e trasformando la Polar Silk Road in uno strumento di influenza politica oltre che commerciale.
L’Unione Europea ha una strategia artica dal 2021, ma manca ancora una visione coerente capace di tradurre principi in azioni concrete. Per l’Italia, ogni container che attraversa l’Artico è un’opportunità persa per i porti mediterranei. Tuttavia, il nostro Paese possiede carte importanti: capacità scientifiche riconosciute, potenzialità militari in ambienti estremi e ruolo attivo nelle esercitazioni NATO. Inoltre, le eccellenze italiane nelle tecnologie marine e nelle rinnovabili possono posizionare l’Italia come nodo tecnologico per uno sviluppo sostenibile delle risorse polari.
Dietro l’efficienza logistica si cela una contraddizione: le rotte polari si aprono grazie allo scioglimento dei ghiacci, peggiorando la crisi climatica. Più traffico significa più emissioni, rischi di incidenti e minacce a un ecosistema fragile. La prospettiva di navi rompighiaccio operative tutto l’anno solleva interrogativi sulla sostenibilità e sulla governance internazionale.
La partenza dell’Istanbul Bridge non è un semplice evento logistico: segna l’ingresso dell’Artico nel cuore delle dinamiche globali. Russia e Cina trasformano le nuove rotte in progetto strategico, mentre gli Stati Uniti consolidano il controllo sull’Atlantico settentrionale. L’Artico diventa così un teatro centrale delle relazioni di potere del XXI secolo.

