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INTELLIGENCE come metodo, per interpretare la complessità e tutelare la democrazia

Il volume Intelligence di Mario Caligiuri, edito da Treccani, non si limita a illustrare storia e funzione dei Servizi di informazione, ma affronta in profondità la natura stessa dell’Intelligence come metodo di conoscenza, come strumento di governo e, soprattutto, come chiave culturale per interpretare il nostro tempo. La presentazione in anteprima a Lectorinfabula – che ha visto dialogare l’autore con il generale Giovanni Nistri e il giornalista Mimmo Mazza – ha reso evidente la densità del tema, spazzando ogni tentazione di relegare l’Intelligence a comparto tecnico o, peggio, a immaginario cinematografico.

Caligiuri insiste su un punto che attraversa l’intero libro: l’Intelligence non è solo apparato dello Stato, né “spionaggio”. È, piuttosto, un processo cognitivo che si articola in più fasi: raccolta, analisi e utilizzo delle informazioni. Un processo che ogni individuo, in misura diversa, sperimenta quotidianamente, e che diventa decisivo per istituzioni, imprese e società. Il richiamo a Tullio De Mauro non è casuale: Intelligence deriva da intelligenza, e implica un continuo esercizio della ragione e della capacità critica. Per Caligiuri, la sfida è antropologica: è la “battaglia delle intelligenze”, fra umana e artificiale, che sta ridefinendo categorie, linguaggi e istituzioni.

Capire per prevedere. L’Intelligence e le sfide del futuro, Lectorinfabula 2025

Nistri, già comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, con un approccio pragmatico, ha individuato tre passaggi che hanno ridefinito i Servizi: 9 novembre 1989, la caduta del Muro di Berlino (dissoluzione del sistema bipolare e perdita di punti di riferimento chiari); 11 settembre 2001, attentato alle Torri Gemelle di New York (dimensione globale del terrorismo jihadista e necessità di passare dalla repressione alla prevenzione, anche con l’uso del web); 7 gennaio 2015, attentato alla redazione parigina di Charlie Hebdo (presa di coscienza collettiva del ruolo dei Servizi non più come arcana imperii ma come garanti della sicurezza dei cittadini). Caligiuri ha aggiunto un quarto snodo: 7 ottobre 2023, attacco di Hamas a Israele, che ha rivelato la fragilità di apparati di Intelligence sofisticatissimi di fronte a errori di valutazione o eccessiva fiducia nella tecnologia a scapito del fattore umano. Il tratto centrale della conversazione è stato, non a caso, l’analisi dei fallimenti e delle manipolazioni dell’Intelligence. Caligiuri ha ricordato come la caduta del Muro fu colta prima da criminali comuni che dai Servizi occidentali; o come gli attentati del 2001, pur annunciati da segnali evidenti, non furono fermati. Ma il caso paradigmatico resta quello delle presunte armi di distruzione di massa in Iraq: un falso che portò a una guerra, al crollo di equilibri regionali e alla nascita dell’ISIS. E qui si apre l’interrogativo posto da Nistri: l’Intelligence trasmise informazioni false per incapacità o per obbedienza a ordini politici?

Uno dei contributi del dibattito da evidenziare è l’ampliamento del concetto di Intelligence oltre i Servizi di informazione statali. Nistri parla di una “comunità di Intelligence”, che comprende reparti specializzati delle Forze dell’ordine, strutture di sicurezza delle multinazionali, agenzie finanziarie, assicurazioni, fino a società private. Questa pluralità di attori genera un ecosistema dove l’informazione è preziosa non solo per l’uso diretto, ma per lo scambio e l’interconnessione. In questo senso, l’Italia rappresenta un laboratorio avanzato di cooperazione interistituzionale: dal CASA (Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo) al CISR (Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica), fino ai tavoli operativi che mettono in rete Intelligence, Forze di Polizia e Magistratura.

Un nodo del nostro tempo è la disinformazione. Caligiuri, che ha teorizzato la “società della disinformazione” già nel 2012, distingue tra fake news – fenomeno superficiale – e disinformazione strutturale, veicolata dai media mainstream o dalle multinazionali attraverso pubblicità e propaganda.
Il rapporto tra giornalismo e Intelligence resta inevitabilmente ambiguo: entrambi raccolgono e analizzano informazioni, ma con finalità opposte – la tutela della Repubblica da un lato, il ruolo di “cane da guardia della democrazia” dall’altro. Oggi, paradossalmente, l’opinione pubblica attribuisce più credibilità alle fonti di Intelligence che ai governi democratici, come confermato dal 37° Rapporto Eurispes.

Nistri, riflettendo sull’impatto di false notizie e non notizie, ha sottolineato che ” il silenzio – la non notizia – non è censura, ma la necessità di evitare errori irreparabili”. Al contrario, oggi il pericolo maggiore risiede nei deepfake, che non si limitano a manipolare i fatti ma falsificano la realtà stessa, incidendo sulla percezione collettiva in modo quasi indelebile.

La conversazione si è chiusa con un tema caro a Caligiuri: la formazione. L’esperienza del Master in Intelligence dell’Università della Calabria, nato nel 2007 su impulso di Francesco Cossiga e giunto alla quindicesima edizione, rappresenta il primo tentativo italiano di sistematizzare lo studio dell’Intelligence come disciplina accademica. Perché l’Intelligence è prima di tutto un fatto culturale: un punto di incontro di saperi e competenze che dovrebbe entrare nelle scuole e nelle università come strumento per interpretare la complessità e tutelare la democrazia.

La lezione è chiara: l’Intelligence non è più monopolio statale né dominio opaco, ma infrastruttura strategica delle democrazie. Per l’Italia, ponte tra Mediterraneo e Occidente, il compito è duplice: preservare la solidità del modello interno e inserirlo in un contesto globale dove la sicurezza passa ormai attraverso i dati, la loro circolazione e la fiducia che ne legittima l’uso.

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