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La struttura del tradimento: il Cenacolo di Leonardo

L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci“il miracoloso e famosissimo cenacolo di Cristo con i suoi discepoli” dipinto tra il 1495 e il 1498 – non racconta la congiura: ne mostra la struttura mettendo in primo piano il valore dell’esperienza. Nelle crisi contemporanee, come sulla parete del refettorio del monastero domenicano di Santa Maria delle Grazie a Milano, il punto di rottura non nasce dall’esterno, ma dalla decisione di chi è già dentro.

In occasione della Giornata della memoria dei caduti dell’Intelligence, il Sottosegretario Alfredo Mantovano ha concluso così il suo intervento: “La luce scaturita domenica dal Sepolcro vuoto ci dia il vigore necessario per servire la nostra amata Patria in un frangente storico così difficile”.

Mantovano ha ricordato il Tenente Colonnello Guido Rampini, medaglia d’oro al valor militare dell’Intelligence, fucilato dai tedeschi. Prima di morire scrisse alla madre parole essenziali: non informazioni, ma verità umana. Quando tutti i sistemi si interrompono, resta ciò che non può essere censurato, ciò che non può essere reciso: il legame.

È la stessa soglia che varca Leonardo nel Cenacolo con quella sua logica che genera sempre una certa soggezione: Simplicità è la suprema sofisticazione”.

Quella di Leonardo è certamente un’epoca di grande bellezza ma non di meno della “ruina del mondo”, dove crudeltà e vendette si intrecciano a straordinarie conquiste dell’ingegno.

E la pittura vinciana è perfettamente in sintonia con i cambiamenti del suo tempo: è interrogazione, non rappresentazione. Per Leonardo“Li omini e le parole son fatti”. Anatomia, botanica, meccanica conducono la ricerca fino a un limite. Oltre resta l’arte, strumento di conoscenza, ma “quelli che s’innamora di pratica senza scienzia, son come ‘l nocchieri ch’entra in navilio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada”.

Giorgio Vasari ne riconosce la grandezza e l’inquietudine. Una ricerca che tende alla perfezione e, proprio per questo, resta in tensione con il compimento: “Vedesi bene che Lionardo per l’intelligenza de l’arte cominciò molte cose e nessuna mai ne finì, parendoli che la mano aggiungere non potesse alla perfezzione dell’arte ne le cose, che egli si imaginava“.

La scelta tecnica – sperimentale – compromette la durata dell’opera, ma la fragilità rende evidente l’intento.

L’istante scelto è quello immediatamente successivo all’annuncio: “Uno di voi mi tradirà”. Non l’evento, ma il sistema che reagisce. I Dodici si osservano, si interrogano, sospettano. Il centro geometrico converge su Cristo, il centro narrativo è disperso. Ogni figura vive la propria micro-crisi: l’informazione frammenta l’attenzione.

I Vangeli registrano: gli Apostoli non chiedono “Chi è?”, ma “Sono forse io?”. Leonardo costruisce visivamente la domanda. Ogni figura – esasperata da sé e dall’altro – esprime secondo Vasari quel sospetto […] di voler sapere chi tradiva il maestro. Per il che si vede nel viso di tutti l’amore, la paura e lo sdegno, o vero il dolore, di non potere intendere lo animo di Cristo. La qual cosa non arreca minor maraviglia, che il conoscersi allo incontro l’ostinazione, l’odio e ’l tradimento in Giuda, senza che ogni minima parte dell’opera mostra una incredibile diligenzia”.

Giuda condivide lo stesso lato del tavolo, gli stessi gesti, la stessa prossimità. Leonardo lo colloca tra i prediletti, Pietro e Giovanni. Cristo lo chiama “amico”. Non un vezzo linguistico ma una definizione precisa: “colui che si ama”, un confidente e un alleato.

Pietro impugna un coltello; Giovanni reclina il corpo verso Pietro. E’ la reazione che precede la comprensione.

Cristo attraversa la scena senza dominarla. Lo sguardo è interno, il centro è coinvolto, non isolato.

Il Cenacolo rileva una dinamica universale: il fallimento non nasce dall’assenza di informazioni, ma dalla loro imperfetta condivisione; non dalla presenza del nemico, ma dalla non riconoscibilità dell’amico che cambia pelle.

Il punto di rottura è nella scelta, non dunque nell’infiltrazione.

La lettera di Rampini segue la stessa logica: quando le strutture cedono, resta ciò che non può essere ridotto a funzione: relazione, responsabilità, scelta. La luce evocata da Mantovano non nega il tradimento: lo attraversa. È in quel passaggio – tra l’Ultima Cena e il Sepolcro vuoto – che si misura la tenuta di ogni sistema e la responsabilità di chi ne fa parte.

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