L’AFORIA DIGITALE. Guerra cognitiva e instabilità semantica nell’infosfera
🇮🇹 La guerra cognitiva non coincide necessariamente con un attore ostile identificabile. Negli ecosistemi digitali, intermittenza comunicativa, sovraesposizione simbolica e instabilità semantica possono produrre pressione persistente anche in assenza di una regia deliberata. Quando tali dinamiche si innestano su modelli relazionali fondati su competizione, controllo e gestione strategica della vulnerabilità, l’infosfera smette di essere uno spazio comunicativo e diventa un ambiente cognitivo ad alta intensità.
🇬🇧 Cognitive warfare does not necessarily coincide with an identifiable hostile actor. Within digital ecosystems, communicative intermittency, symbolic overexposure and semantic instability can generate persistent pressure even in the absence of deliberate orchestration. When such dynamics intersect with relational models grounded in competition, control and the strategic management of vulnerability, the infosphere ceases to be a communicative space and becomes a high-intensity cognitive environment.

Intervenendo alla celebrazione per il 165° anniversario della costituzione dell’Esercito Italiano, il Capo di Stato Maggiore, generale di corpo d’armata Carmine Masiello, ha richiamato la necessità di Forze Armate capaci di garantire deterrenza concreta, resilienza fisica e tenuta morale, ribadendo come la componente umana resti il principale “sistema” sul campo di battaglia. Masiello si è poi soffermato sulla minaccia ibrida e sulla necessità di rendere donne e uomini in Divisa impermeabili alla guerra dell’informazione. Il conflitto russo-ucraino ne ha evidenziato le implicazioni: non soltanto massa critica e tenuta prolungata, ma guerra tecnologica e manipolazione percettiva come componenti integrate dello scontro. Nello stesso orizzonte si colloca il non-paper del ministro della Difesa, Guido Crosetto, che richiama una“strategia attiva” volta a contrastare attività ostili “adattive, multidominio e multidimensionali” capaci di colpire in modo asimmetrico i centri di gravità dei sistemi di governance. Presupposto implicito: dietro l’effetto c’è un operatore; dietro la perturbazione, una strategia.
Ma cosa accade quando l’effetto cognitivo emerge in assenza di una regia identificabile? Quando saturazione attentiva e instabilità interpretativa derivano non da un’operazione deliberata, bensì dall’interazione tra architettura delle piattaforme digitali, modelli culturali di potere e vulnerabilità relazionali?

Negli ultimi anni il dibattito pubblico ha assorbito categorie riferite a modalità disfunzionali dei legami, spesso attraverso formulazioni divulgative o psicologizzanti. Al di là della semplificazione mediatica, il fenomeno segnala una trasformazione: l’emersione di ecosistemi relazionali caratterizzati da intermittenza, asimmetria informativa, esposizione continua, pressione persistente. Il problema non riguarda soltanto il comportamento individuale ma le condizioni infrastrutturali entro cui tali dinamiche prendono forma e si alimentano.
Le piattaforme digitali hanno trasformato la comunicazione in un ambiente di esposizione continua, nel quale presenza/assenza cessano di essere categorie inequivocabili.
Indicatori di lettura, tempi di risposta, modifiche di stato, accessibilità selettiva, riattivazioni improvvise e presenza simultanea su più piattaforme producono stimoli ricorrenti che agiscono anche in assenza di comunicazione esplicita.
La pervasività di tale pressione raggiunge persino gli ambienti operativi più protetti.
Il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ammiraglio di squadra Giuseppe Berutti Bergotto, intervenendo in audizione davanti alla Commissione Affari esteri e Difesa del Senato, ha indicato la restrizione all’uso dei social come uno dei principali fattori di difficoltà nel reclutamento, testimonianza che rivela quanto le architetture digitali siano variabile motivazionale anche nelle istituzioni più disciplinate.
In tale quadro, il silenzio – al pari della parola – diviene informazione, tanto per il suo contenuto esplicito, quanto per il peso relazionale e la capacità di produrre riconoscimento/esclusione. Nelle architetture virtuali il linguaggio tende, infatti, a perdere la funzione conclusiva: le parole non chiudono più il rapporto con il reale, mantengono attivo il circuito interpretativo.

Emerge così ciò che il linguista e semiologo Algirdas Julien Greimas (1917 – 1992) definisce aforia: condizione nella quale il soggetto continua a elaborare il senso senza mai stabilizzare il significato. Tale effetto non richiede intenzionalità manipolativa: può emergere dalla convergenza tra architettura della piattaforma, temporalità rapsodica e modelli relazionali costruiti intorno al controllo delle fragilità e all’asimmetria del potere.
È qui che la questione assume valore strategico.
Una parte significativa della socializzazione maschile – e una quota in espansione di quella femminile – premia controllo emotivo, opacità strategica, regolazione selettiva dell’accessibilità e identificazione del valore personale con performance, status e dominio dell’incertezza. In molti contesti, altamente competitivi, tali caratteristiche rappresentano competenze adattive. La tensione emerge quando questi codici valicano lo spazio relazionale generato dalle piattaforme. La combinazione tra compartimentazione emotiva, discontinuità comunicativa e accessibilità permanente tende, infatti, a generare dinamiche di iper-sollecitazione attraverso segnali incompleti che mantengono il sistema in allerta.

La dottrina Multi-Domain Operations (MDO) ha mostrato come pressioni distribuite su domini differenti producano effetti superiori alla somma delle singole azioni. Nel dominio relazionale/digitale il principio assume forma analoga. Messaggistica, comunicazione visuale, presenza intermittente e riattivazioni simboliche non operano come canali separati: producono continuità percettiva. Il vincolo mentale persiste anche quando la comunicazione si interrompe.
Esiste una differenza sostanziale tra un’operazione psicologica pianificata e una dinamica relazionale spontanea. Confondere i due livelli significherebbe trasformare ogni relazione ambigua in un’operazione di influenza. Al tempo stesso, leggere la guerra cognitiva esclusivamente come produzione intenzionale di contenuti ostili rischia di lasciare fuori parte del problema.
Le architetture digitali non inventano dinamiche di controllo, dominio, dipendenza: le amplificano. Le rendono tenaci, ubiquitarie, difficili da disinnescare.
Questo spostamento di prospettiva modifica anche il concetto di difesa.

Se l’effetto emerge dalla convergenza tra infrastruttura, vulnerabilità individuale e esercizio ostentato di potere/controllo, allora la resilienza non può limitarsi al riconoscimento della disinformazione o dell’attore ostile. Diventa necessaria una comprensione trasversale delle architetture digitali, come pure dei meccanismi e delle condizioni che favoriscono l’attivazione e la persistenza dell’ingaggio. Nel dominio digitale la minaccia non coincide sempre con un contenuto falso o un’azione deliberata: in alcuni casi collima con la struttura dell’ambiente con cui interagisce. Ed è probabilmente questa una delle trasformazioni meno comprese della guerra cognitiva in atto.

