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L’Intelligence e l’algoritmo

La Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica ha ospitato l’incontro Algoritmi senza coscienza: prevenire i suicidi tramite IA. L’iniziativa della senatrice Cinzia Pellegrino ha riunito esperti di primo piano – Valerio De Luca presidente Fondazione AISES ETS e direttore Spes Accademy, Alessio Faccia ricercatore Dip. Finanze Univ. Birmingham Dubai, Marco Catani neuropsichiatra Univ. Chieti e direttore Area Tecnologie avanzate e Innovazione IRCCS Pozzilli, Fabrizio Marra de Scisciolo amministratore di Dotslot, Aristotele Hadjichristos psichiatra, psicoterapeuta e direttore Telemedicine Services LTD – UK – per affrontare una questione che trascende i confini della tecnologia: il rapporto tra IA e condizione umana.

Mario Caligiuri, presidente della Società Italiana di Intelligence e direttore del Master in Intelligence dell’Università della Calabria, ha offerto una lettura della sfida in corso. La sua analisi parte da un dato allarmante: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, un giovane su sette soffre di disturbi mentali, con un’incidenza particolarmente elevata tra i maschi nell’Unione Europea. Parallelamente, gli specialisti documentano il cosiddetto “effetto Flynn inverso”, ovvero il declino delle capacità cognitive nelle popolazioni occidentali. A confermare la fragilità del capitale cognitivo intervengono i dati Ocse: in Italia un adulto su tre – il 37% – possiede un basso livello di alfabetizzazione, riuscendo a comprendere solo testi brevi e semplificati. La media degli altri Paesi Ocse è del 27%. In un contesto dominato dagli algoritmi, un simile deficit aumenta il rischio di manipolazione cognitiva e di dipendenza dall’offerta informativa automatizzata.

Caligiuri ha sottolineato come il dibattito sia al tempo stesso controverso – per le posizioni antagoniste sulla supremazia dell’IA rispetto all’intelligenza umana – e aperto, poiché nessuno può prevederne con certezza gli sviluppi. La recente dichiarazione di Sam Altman sulla possibilità di robot auto-programmanti non appartiene alla fantascienza, ma a uno scenario plausibile che richiede preparazione e lungimiranza.

L’impatto sulle professioni assume contorni drammatici quando si considerano i dati empirici. Nel campo medico, mentre un professionista in carne e ossa raggiunge un’accuratezza diagnostica che rasenta il 50%, gli algoritmi superano il 90%. Un divario che non è solo questione di efficienza: considerando che gli errori medici rappresentano la terza causa di morte dopo malattie cardiovascolari e tumori, l’IA si configura come un potenziale salvavita, ma anche come un fattore dirompente per le competenze professionali consolidate. Particolarmente significativa appare la riflessione sulle professioni informatiche, considerate al riparo dalla sostituzione tecnologica, ma di fatto minacciate dall’evoluzione delle capacità di programmazione automatica. Dunque, nessun settore può considerarsi davvero immune dalla trasformazione in corso.

La risposta italiana mostra segnali di consapevolezza. Il protocollo d’intesa tra il Ministero dell’Istruzione e del Merito e l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale rappresenta un primo tentativo di strutturare una difesa educativa, dalla scuola elementare a quella superiore. Tuttavia, Caligiuri ha sottolineato che le istituzioni educative non sono la soluzione al problema, ma ne costituiscono parte rilevante.

L’ultimo rapporto Education at a Glance 2025. In Italia, meno del 20% dei giovani si laurea in discipline STEM e solo il 15% dei figli di genitori senza titolo universitario riesce a completare un percorso accademico, contro il 63% dei coetanei con almeno un genitore laureato. La dinamica demografica accentua la vulnerabilità: tra il 2013 e il 2023 il numero di bambini tra 0 e 4 anni è diminuito del 25%, restringendo la base stessa su cui costruire capitale umano qualificato.

La proposta di sviluppare algoritmi educativi che, invece di stimolare il consumo, promuovano il pensiero critico e il ragionamento rappresenta dunque un cambio di passo fondamentale. Se gli algoritmi commerciali dimostrano efficacia nell’influenzare i comportamenti di consumo, la stessa logica potrebbe essere applicata a obiettivi formativi superiori. Questo approccio richiede tuttavia una comprensione profonda dei meccanismi cognitivi e una capacità di controllo che attualmente sfugge alla maggioranza degli operatori.

A ciò si aggiunge la condizione del corpo docente. Dal 2015 gli stipendi medi nella scuola primaria sono aumentati in termini reali del 14,6% nell’area Ocse, mentre in Italia sono diminuiti del 4,4%. Un divario che riflette non solo un problema di equità, ma anche una vulnerabilità strategica: investire meno nella scuola significa lasciare il Paese meno preparato ad affrontare le sfide cognitive poste dall’intelligenza artificiale.

L’elemento più inquietante dell’analisi resta il “fattore umano”. Caligiuri ha richiamato l’attenzione sui figli dei magnati della Silicon Valley, che utilizzano Internet in maniera estremamente limitata o non lo utilizzano affatto. Una scelta che suggerisce la consapevolezza, da parte di chi conosce intimamente la tecnologia, dei suoi effetti potenzialmente dannosi sullo sviluppo umano.

Il riferimento agli “hikikomori”, fenomeno di ritiro sociale giovanile descritto da Laura Pigozzi in Adolescenza zero (Nottetempo), inserisce la questione in una cornice più ampia. La riflessione non deve concentrarsi esclusivamente su ciò che accade dentro o oltre lo schermo, ma su ciò che esiste prima dello schermo: persone, famiglie, sentimenti. Questa prospettiva ribalta l’approccio tecnologico-centrico e riporta l’attenzione sulla dimensione antropologica della sfida.La citazione di Steve Jobs assume, perciò, un valore profetico: “Baratterei tutta la tecnologia che possiedo per una serata con Socrate”. Il fondatore di Apple, architetto della rivoluzione digitale contemporanea, riconosceva implicitamente la superiorità del dialogo umano e della ricerca filosofica rispetto alle sue stesse creazioni tecnologiche.

La capacità di mantenere il controllo sui processi decisionali e di preservare l’elemento umano nella valutazione delle informazioni diventa imprescindibile in un ambiente sempre più dominato da algoritmi opachi. La proposta legislativa della senatrice Pellegrino rappresenta un tentativo di governare la trasformazione senza subirla. Per un Paese come l’Italia, caratterizzato da un ricco patrimonio culturale e umanistico, questa potrebbe costituire una via per affrontare le sfide dell’era algoritmica senza perdere l’identità nazionale.

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