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Contro l’indifferenza: INTELLIGENCE e ANTIMAFIA come campo epistemologico

Esiste un errore cognitivo nel modo in cui l’Italia ha storicamente affrontato la criminalità organizzata: la tendenza a identificare la risposta penale con la soluzione del problema. La repressione agisce sui reati – arresta, processa, condanna – ma il fenomeno mafioso non coincide con gli atti che produce. Esso si radica in un sistema di significati che ne consente la riproduzione nel tempo. Finché questo sistema rimane integro, l’azione repressiva interviene sugli effetti senza incidere sulle condizioni che li generano.

Giancarlo Costabile, titolare della cattedra di Pedagogia dell’antimafia all’Università della Calabria, lo sintetizza con chiarezza: “La repressione colpisce i reati, la formazione interviene sulla mentalità, sull’immaginario e sui comportamenti quotidiani”. L’affermazione non introduce un’alternativa agli apparati di sicurezza, ma delimita un perimetro che questi, per loro natura, non possono presidiare.

La ’ndrangheta, nella descrizione proposta da Costabile, si configura come un sistema culturale prima ancora che criminale. Non opera esclusivamente attraverso la violenza, ma tramite consenso, adattamento e normalizzazione. I suoi codici si trasmettono attraverso modelli di successo, linguaggi e gerarchie simboliche che eccedono la dimensione illegale. La sua capacità di mimetizzazione – nelle istituzioni locali, nei contesti educativi, nei mercati – costituisce un elemento di rilievo analitico: ciò che si integra nell’ambiente riduce la propria visibilità e, conseguentemente, la propria individuabilità.

In questo scarto tra rappresentazione e realtà si colloca il problema. La distanza tra percezione pubblica e fenomeno documentato incide sulla capacità di risposta di un sistema democratico. Nella pratica dell’analisi d’Intelligence, questo scostamento rappresenta una criticità ricorrente, in quanto condiziona la valutazione delle minacce e la costruzione degli scenari previsionali.

È su questo terreno che l’ipotesi di una convergenza epistemologica tra Intelligence e pedagogia antimafia acquisisce consistenza. Entrambi i campi si confrontano con sistemi opachi, caratterizzati da intenzionale dissimulazione; operano su fenomeni che richiedono inferenza, contestualizzazione e valutazione delle intenzioni; orientano la propria efficacia alla prevenzione più che alla risposta.

Se si assume come criterio minimo di convergenza epistemologica la condivisione di oggetto, metodo e finalità, il parallelismo appare meno analogico di quanto comunemente si ritenga. L’oggetto è costituito da sistemi complessi adattivi; il metodo implica raccolta, verifica e interpretazione di informazioni; la finalità consiste nella riduzione del rischio attraverso l’anticipazione.

In questo quadro si colloca il contributo di Mario Caligiuri, fondatore e presidente di SOCINT. La relazione tra educazione e sicurezza nazionale, che attraversa la sua produzione scientifica, consente di interpretare la pedagogia dell’antimafia come componente dell’architettura della sicurezza. In questa luce, il riconoscimento della cattedra di Costabile è l’applicazione coerente di un paradigma che attribuisce alla formazione un ruolo definito nella prevenzione delle minacce. Ne emerge un dato analitico: la qualità del giudizio dei cittadini, variabile rilevante ai fini della sicurezza.

Osservata attraverso questa lente, l’esperienza di Costabile rivela coerenza metodologica. Il lavoro si fonda su raccolta di fonti primarie, triangolazione delle informazioni e verifica sul campo. Le biografie delle 1.100 vittime innocenti di mafia costituiscono un archivio empirico; le testimonianze di magistrati, operatori investigativi, giornalisti e attori sociali offrono prospettive differenziate; i territori diventano contesti di osservazione diretta.

La dimensione quantitativa – decine di migliaia di studenti coinvolti – indica un livello di penetrazione culturale in contesti dove la criminalità organizzata esercita una presenza di lungo periodo. Ogni soggetto formato incrementa la capacità diffusa di interpretazione del fenomeno, introducendo elementi di discontinuità nei meccanismi di normalizzazione e adattamento.

I riferimenti pedagogici richiamati – da don Milani a Paulo Freire – si collocano coerentemente in questo impianto. La conoscenza viene intesa come strumento di emancipazione e la capacità critica come forma di resistenza. In termini di sicurezza, ciò equivale a riconoscere nella formazione del giudizio una componente preventiva.

Riconoscere questa convergenza consente di individuare con precisione alcune criticità. La prima riguarda l’istituzionalizzazione. L’esperienza dell’Università della Calabria dimostra la praticabilità del modello, ma la sua mancata diffusione suggerisce l’esistenza di resistenze di natura prevalentemente culturale. La seconda concerne l’assenza di un quadro teorico esplicitamente condiviso. Le metodologie dell’Intelligence e quelle della pedagogia antimafia presentano punti di contatto evidenti, ma non sono ancora integrate in un percorso formalizzato. La terza riguarda la dimensione transnazionale del fenomeno mafioso. La presenza della ’ndrangheta nelle economie europee e globali impone un’estensione dell’analisi che includa sia la dimensione operativa sia quella culturale.

In questo contesto, l’articolo pubblicato su il venerdì di Repubblica può essere letto come un indicatore. Non tanto e non solo per il contenuto informativo, quanto per il segnale che restituisce: l’emersione, nel discorso pubblico, di un’esperienza che per lungo tempo è rimasta ai margini. La questione che ne deriva è di natura sistemica. Un approccio fondato esclusivamente sulla repressione intercetta solo una parte del fenomeno. La dimensione culturale, che ne sostiene la riproduzione, richiede strumenti diversi e tempi più lunghi.

Repressione e formazione operano su piani distinti ma complementari. La prima interviene sugli effetti, la seconda sulle condizioni. La loro integrazione richiede un’elaborazione teorica ancora in corso. Definire questo quadro rappresenta una delle sfide del prossimo decennio. L’esperienza maturata all’Università della Calabria costituisce, in questo senso, un punto di osservazione da cui il sistema-Paese è chiamato a trarre conseguenze operative.

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