INTELLIGENCE, GIACOMO PACINI AL MASTER DELL’UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA: “L’ITALIA E IL LODO MORO. DIPLOMAZIA SEGRETA NEGLI ANNI DELLA GUERRA FREDDA”
Contributo a cura degli studenti, per gentile condivisione del direttore Mario Caligiuri.
Rende (1.5.2026) – Nell’ambito del Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri, il ricercatore e saggista Giacomo Pacini ha tenuto un seminario di presentazione del suo volume “L’Italia e il lodo Moro. Diplomazia segreta negli anni della guerra fredda”, edito da Einaudi.
L’incontro ha offerto un’occasione di approfondimento sulle dinamiche riservate che hanno inciso sulla politica estera italiana della Prima Repubblica, delineando il profilo di una strategia complessa, orientata a garantire la stabilità istituzionale in uno scenario internazionale segnato da forti tensioni. In questo quadro, l’Italia emerge come attore collocato al centro del quadrante euromediterraneo, esposto ma al tempo stesso capace di iniziativa.
Nel campo della strategia internazionale, ha osservato Pacini, non esistono condizioni immutabili: anche una situazione di vulnerabilità può essere trasformata in una risorsa politica e tattica. Da qui prende forma una rilettura del ruolo dell’Italia durante la Guerra fredda. A lungo descritta come un Paese a sovranità limitata, vincolato alle scelte degli Stati Uniti, l’Italia appare invece, alla luce delle fonti, come un attore dotato di margini di autonomia più ampi di quanto tradizionalmente ritenuto.

Come emerso nel corso del seminario, lo Stato italiano non si limitò a una posizione passiva di fronte alla crisi mediorientale e alla crescita del terrorismo internazionale. Al contrario, sviluppò una propria linea d’azione, autonoma e in larga parte informale, finalizzata alla tutela della sicurezza interna e degli interessi economici nazionali.
Questa linea di condotta è convenzionalmente definita “lodo Moro”. Pacini ha precisato come non si trattasse di un accordo formale, bensì dell’esito di una progressiva stratificazione di intese riservate, maturate tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. L’obiettivo era contenere le ricadute del conflitto arabo-israeliano, intensificatosi dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, evitando che si traducessero in azioni violente sul territorio italiano.
Il Lodo Moro è stato talvolta raccontato come una zona d’ombra, quasi un cedimento opaco dello Stato. In realtà, se lo si colloca nel contesto dell’epoca e lo si analizza con gli strumenti della storia, emerge con chiarezza come si trattasse di una scelta di politica estera: una strategia, certo discutibile, ma coerente con gli equilibri internazionali, con la posizione dell’Italia nel Mediterraneo e con l’esigenza primaria di garantire la sicurezza nazionale.
Ricondurre il Lodo alla sua natura politica consente di sottrarlo alle semplificazioni e alle mitologie, restituendolo alla sua dimensione propria: quella delle decisioni concrete assunte in una cornice complessa da una classe dirigente chiamata a muoversi tra vincoli, rischi e responsabilità.
In tale contesto, l’intelligence italiana assunse un ruolo attivo, non limitandosi a funzioni esecutive. Non operò come semplice estensione di strategie esterne, né si attenne passivamente alle indicazioni delle agenzie alleate, ma contribuì direttamente alla gestione di canali informali. Questa autonomia operativa, ha sottolineato Pacini, generò talvolta tensioni con gli Stati Uniti: emblematico, in tal senso, l’episodio del 1973, quando l’ambasciatore americano chiese chiarimenti alla Farnesina su contatti con il fronte arabo non condivisi con Washington.
Figura centrale di questo sistema fu Aldo Moro, capace di mantenere aperti canali di dialogo tra attori profondamente contrapposti. Sul piano operativo, un ruolo decisivo fu svolto da Stefano Giovannone, capocentro Sid (poi Sismi) a Beirut dall’autunno 1972 all’autunno 1981, impegnato nella gestione di relazioni dirette con esponenti palestinesi, interlocutori americani e controparti israeliane, in un quadro di costante esposizione.
Pacini ha inoltre proposto un confronto con Federico Umberto D’Amato, a lungo alla guida dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, evidenziando la differenza tra il livello interno e quello internazionale dell’azione di sicurezza. Se D’Amato operava entro un quadro relativamente stabile e fortemente ancorato alle relazioni atlantiche, Giovannone agiva in uno scenario ben più fluido e rischioso. La fine della stagione politica di Moro comportò anche il rapido ridimensionamento del suo ruolo, venuta meno la copertura politica di riferimento.
Dal punto di vista interpretativo, il lodo Moro emerge così non come una deviazione, ma come una modalità concreta di azione dello Stato. In un contesto segnato da forti pressioni internazionali, l’Italia fece ricorso a strumenti informali per rispondere a esigenze di sicurezza e per garantire approvvigionamenti strategici, anche attraverso interlocuzioni con attori difficili, come nel caso dei rapporti con la Libia.
Gli accordi mediorientali sono stati poi talvolta utilizzati come chiave interpretativa generale per eventi traumatici della storia repubblicana, come la strage di Bologna o quella di Ustica. Tuttavia, allo stato attuale delle conoscenze, l’analisi delle fonti disponibili non fornisce riscontri documentali a sostegno di tali collegamenti.
Questa esperienza si inserisce, inoltre, in un quadro europeo più ampio. Pratiche analoghe di gestione informale dei rapporti con organizzazioni arabo palestinesi si riscontrano anche in altri Paesi, tra cui Francia, Germania e Svizzera. Il caso italiano si distingue tuttavia per la continuità e l’ampiezza dell’azione.
La riflessione proposta consente, infine, di estendere lo sguardo oltre gli anni della Guerra fredda, sollevando interrogativi ancora attuali sul rapporto tra sicurezza, diplomazia e ragion di Stato. In particolare, emerge la persistenza di strumenti informali nella gestione delle crisi, anche nelle dinamiche contemporanee. In questo senso, il Lodo Moro non riguarda soltanto ciò che è accaduto allora, ma anche il modo in cui uno Stato decide cosa è disposto a essere quando sicurezza, politica e principi entrano in conflitto.
Infine, anche il sistema dei controlli alle esportazioni è stato progressivamente rafforzato: la riforma della Legge sul Commercio, entrata in vigore all’inizio del 2026, ha ampliato i poteri del governo come risposta agli strumenti analoghi usati dagli Stati Uniti, con nuovi controlli su terre rare e materiali critici.
Nella parte conclusiva, Dong ha analizzato le relazioni internazionali della Cina con particolare riferimento agli Stati Uniti, all’Unione Europea e all’Italia. In primis, il rapporto con gli USA si basa sulla competizione sistematica sul piano economico (come la guerra dei dazi), tecnologico (come la corsa all’autosufficienza tecnologica) e geopolitico (come la questione di Taiwan).
Inoltre, l’ambiguo rapporto con l’Unione Europea, si articola su tre livelli simultanei: partner economici, con forte interdipendenza, ma problemi strutturali come il deficit commerciale europeo; competitor tecnologici, con l’UE che adotta una strategia di de-risking per ridurre la dipendenza senza interrompere i rapporti commerciali e rivali geopolitici, con divergenze crescenti sulle situazioni conflittuali attualmente attive nel mondo.
Infine, quanto all’Italia, l’uscita dalla BRI nel dicembre 2023 – dopo l’adesione come primo Paese del G7 nel 2019 – non ha costituito una rottura, ma una ridefinizione del rapporto verso una cooperazione selettiva, con dialogo diplomatico attivo (pur non rinunciando alla collocazione euro-atlantica) e accordi economici mirati nei settori dell’energia e dell’automotive elettrico.
Dong ha allora sottolineato il ruolo dell’intelligence, volto a ridurre l’incertezza e orientare le decisioni strategiche attraverso funzioni essenziali: interpretare dinamiche di varia natura, attribuire responsabilità e proteggere gli asset strategici.
La Cina di Xi Jinping ha compreso profondamente questo principio e sta riuscendo a gestire l’incertezza costruendo un sistema omnicomprensivo tramite una strategia di lungo periodo, che punta alla leadership globale nelle tecnologie del futuro.
Dong ha concluso sostenendo che per l’Occidente, comprendere questo sistema non è un esercizio accademico: è una necessità strategica.

