Mario CaligiuriMaster in IntelligenceUniversità della Calabria

INTELLIGENCE, GIUSEPPE GAGLIANO AL MASTER DELL’UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA: “ECONOMIA, TECNOLOGIA E INTELLIGENCE NELLA COMPETIZIONE GEOPOLITICA CONTEMPORANEA: IL CASO GEMPLUS”

(Rende, 16.3.2026) – “Guerra economica, guerra di intelligence” è il titolo della lezione tenuta da Giuseppe Gagliano, presidente e fondatore del Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis, nell’ambito del Master in Intelligence dell’Università della Calabria diretto da Mario Caligiuri.

Nel corso della lezione, Gagliano ha proposto il caso Gemplus come uno degli esempi più significativi di intelligence economica e di guerra geoeconomica nell’Europa contemporanea. L’episodio, ha spiegato, non può essere ridotto a una semplice vicenda industriale, a una crisi d’impresa o a una contesa azionaria. Leggere Gemplus soltanto come la parabola di un’azienda francese innovativa travolta dalle trasformazioni della globalizzazione significherebbe non coglierne la portata reale. Il caso rappresenta invece una lezione esemplare sul modo in cui, nell’età contemporanea, la tecnologia sia divenuta una vera infrastruttura della sovranità.

Secondo Gagliano, non siamo più in una fase storica in cui l’innovazione serve soltanto ad aumentare la competitività delle imprese. Oggi il controllo delle tecnologie critiche determina la capacità di uno Stato di proteggere i propri dati, garantire la sicurezza delle comunicazioni, presidiare i sistemi di pagamento, difendere la propria autonomia strategica e, in ultima analisi, preservare la propria libertà politica. In questa prospettiva, la carta a microchip, cuore dell’esperienza Gemplus, non va considerata come un semplice prodotto industriale ad alto valore aggiunto, ma come un dispositivo collocato al centro delle infrastrutture invisibili del potere contemporaneo: telecomunicazioni, autenticazione, identità digitale, accesso a reti sensibili, protezione delle informazioni, sicurezza dei flussi finanziari. Chi controlla una tecnologia di questo tipo, ha sottolineato il docente, non controlla soltanto una quota di mercato, ma un segmento essenziale della sicurezza economica e statale.

Giuseppe Gagliano

Gagliano ha quindi ricostruito la nascita di Gemplus, fondata nel 1988 da Marc Lassus e da un gruppo di tecnici provenienti dall’ambiente Thomson-SGS, come il prodotto di una visione industriale che andava ben oltre il successo commerciale. L’obiettivo originario non era soltanto vendere smart card, ma dominare l’intera filiera della sicurezza digitale: microchip, crittografia, autenticazione, pagamenti, telecomunicazioni. In tale quadro, il microchip è stato definito dal docente come una vera “infrastruttura sovrana”. Il silicio non è un semplice componente elettronico, bensì il supporto materiale su cui poggiano l’identità digitale, la protezione dei dati, i flussi finanziari e la continuità operativa di uno Stato moderno. Non a caso, all’inizio degli anni Duemila, Gemplus era arrivata a detenere circa il 32 per cento del mercato mondiale delle smart card, trasformandosi da eccellenza industriale a vero e proprio asset strategico di interesse nazionale ed europeo.

Il punto di svolta, nella ricostruzione proposta al Master, coincide con l’apertura del capitale aziendale ai mercati finanziari internazionali e con la quotazione su Euronext Parigi e sul NASDAQ. Quella che poteva sembrare una fisiologica evoluzione della crescita si rivelò invece, secondo Gagliano, un errore strategico fatale. L’ingresso di capitali esterni non fu un semplice fatto finanziario, ma il passaggio attraverso cui l’impresa cominciò a perdere il controllo del proprio destino. Il caso mostra con chiarezza il paradosso della crescita industriale contemporanea: un’eccellenza tecnologica ha bisogno di capitali per reggere la competizione globale, ma se questi capitali non vengono garantiti da una strategia pubblica coerente con l’interesse nazionale, finiscono per trasformare l’impresa da presidio di sovranità in snodo del capitalismo finanziario globale.

Il docente ha insistito molto su questo passaggio: la finanza non è neutrale, soprattutto nei settori strategici. Attraverso acquisizioni, pressione azionaria, ridefinizione degli standard tecnologici, influenza regolatoria, fondi di investimento, brevetti e leve di governance, il controllo della tecnologia può essere trasferito senza ricorrere ad alcuna forma di coercizione militare. È questa, ha spiegato Gagliano, una delle forme tipiche della guerra economica contemporanea. Non si combatte più soltanto con gli eserciti, ma con capitale, norme, reti, brevetti, centri decisionali e posizionamento di uomini chiave. La globalizzazione, in questa lettura, non appare come uno spazio neutro e simmetrico, ma come un campo di forza profondamente asimmetrico, nel quale gli attori dotati di visione strategica usano il mercato come strumento di potenza, mentre quelli che rinunciano a tale visione espongono le proprie risorse più preziose alla penetrazione esterna.

In questo contesto, Gagliano ha affrontato il tema decisivo del rapporto tra capitale e sovranità. Aprire il capitale di un’impresa strategica non significa soltanto raccogliere risorse: significa introdurre nel cuore dell’azienda attori che possono non condividere né gli interessi industriali né quelli strategici del Paese che l’ha generata. Chi controlla il capitale orienta la governance; chi orienta la governance condiziona la ricerca; chi condiziona la ricerca incide sui brevetti, sulla localizzazione dei centri decisionali, sulle alleanze industriali e sul destino stesso della tecnologia. È in questa prospettiva che Gagliano ha collocato l’ingresso del fondo Texas Pacific Group, interpretandolo non come una semplice operazione di mercato, ma come l’avvio di una trasformazione strutturale del controllo.

La seconda parte della lezione si è concentrata sulla metamorfosi del controllo. L’espropriazione di un’eccellenza nazionale, ha osservato Gagliano, non avviene necessariamente con le forme classiche della conquista ostile, ma può realizzarsi in modo più sofisticato attraverso il riequilibrio degli azionisti, la pressione sulla governance, la ridefinizione del management e lo spostamento progressivo del baricentro strategico dell’impresa. In questa chiave, il momento di non ritorno viene individuato nel 2002 con la nomina di Alex Mandl a CEO. Più correttamente, ha precisato il docente, Mandl non va presentato in modo approssimativo come un uomo “proveniente” dall’intelligence, ma come una figura che sedeva nel board di In-Q-Tel, il fondo di investimento legato alla CIA. La sua designazione assunse dunque una forte valenza strategica, poiché rendeva visibile la prossimità tra finanza, sicurezza nazionale e grandi tecnologie nel modello statunitense.

Gagliano ha sottolineato che proprio qui si coglie una differenza fondamentale tra il modello americano e quello europeo. Negli Stati Uniti esiste da tempo una stretta simbiosi tra apparato di sicurezza, capitale strategico e industria tecnologica. Pentagono, comunità di intelligence, fondi specializzati e grandi imprese operano all’interno di un ecosistema nel quale innovazione e sicurezza nazionale risultano strettamente intrecciate. In questa prospettiva, il caso Gemplus consente di parlare di intelligence economica senza scadere nella retorica del complotto. L’intelligence economica, ha spiegato il docente, non è una deviazione patologica della competizione internazionale, ma la sua forma ordinaria nei settori ad alta intensità strategica. Le grandi potenze osservano, proteggono, orientano e, quando necessario, attraggono o neutralizzano le tecnologie che giudicano decisive.

In questo processo di ridefinizione del controllo, un ruolo importante è stato attribuito anche ad alcuni azionisti europei che avrebbero potuto rappresentare un argine e che invece contribuirono al nuovo equilibrio. Fra questi, Gagliano ha richiamato il peso della famiglia Quandt, il cui pacchetto azionario si rivelò decisivo nel consolidare un blocco favorevole al nuovo corso e nel rompere definitivamente il fronte dei fondatori francesi. Anche questo aspetto è stato utilizzato dal docente per chiarire che la nazionalità formale del capitale non coincide necessariamente con la sua funzione strategica: capitali europei possono concorrere anch’essi alla neutralizzazione di un attore industriale europeo quando prevalgono logiche di rendimento finanziario o di riallineamento geopolitico.

La parabola finale dell’azienda, ha proseguito Gagliano, conferma la perdita progressiva dell’identità originaria. Nel 2006 la fusione con Axalto diede vita a Gemalto, segnando la fine simbolica e sostanziale del progetto industriale nato alla fine degli anni Ottanta. Nel 2019 l’acquisizione di Gemalto da parte di Thales fu interpretata da alcuni come un ritorno in mani francesi di un settore strategico, ma il docente ha osservato che, a quel punto, l’autonomia originaria era già stata compromessa: recuperare formalmente un perimetro industriale non significa ricostruire automaticamente la cultura strategica, la capacità di decisione autonoma e la visione pionieristica che erano andate perdute negli anni precedenti.

Nella parte conclusiva della lezione, Gagliano ha allargato il ragionamento oltre il caso specifico. La partita, ha spiegato, non riguarda solo i consigli di amministrazione, gli azionisti o i brevetti. Riguarda anche la ricerca scientifica, la formazione delle élite tecniche, il reclutamento dei talenti, la capacità di attrarre cervelli e di incorporare innovazioni nate altrove. In questa prospettiva, Gemplus diventa il simbolo di una subordinazione più ampia: quella di un continente che continua a produrre laboratori, ricercatori, invenzioni e competenze avanzate, ma troppo spesso non riesce a trasformare questa ricchezza in potere politico durevole. L’Europa, in questa lettura, appare come un gigante scientifico e industriale che resta troppo spesso un nano strategico: inventa, ma non difende; produce, ma non protegge; genera innovazione, ma non dispone di una cultura politica abbastanza forte da impedirne la cattura.

Ed è su questo piano che il caso Gemplus assume, secondo Gagliano, una rilevanza propriamente politica. La questione non riguarda soltanto la perdita di un campione industriale o di un vantaggio competitivo, ma la qualità stessa della democrazia nelle società tecnologicamente avanzate. Una democrazia che non controlla le proprie tecnologie critiche è una democrazia vulnerabile. Può conservare procedure elettorali, pluralismo formale e istituzioni rappresentative, ma se i nodi essenziali delle reti digitali, dei sistemi di autenticazione, dei dati sensibili, delle infrastrutture di pagamento e delle architetture di sicurezza dipendono da centri di decisione esterni, allora una parte decisiva della sovranità sfugge al controllo politico nazionale. La sovranità tecnologica, ha concluso il docente, non è dunque un lusso né un riflesso protezionistico, ma una condizione concreta dell’autonomia democratica.

Le conclusioni della lezione hanno infine assunto il tono di un monito rivolto all’Europa e all’Italia. Per Gagliano, gli Stati europei continuano a pagare una cronica mancanza di visione politica nella protezione dei propri asset strategici. Il problema non riguarda solo il passato e non investe solo il settore delle smart card, ma si ripresenta oggi nell’intelligenza artificiale, nell’automotive, nella cybersicurezza, nei semiconduttori e nella manifattura avanzata. Il principio, ha ribadito, è semplice e categorico: chi mette i quattrini decide la strategia. Non esiste neutralità negli investimenti tecnologici. Chi controlla il capitale decide cosa si produce, dove si produce, per chi si produce e secondo quali finalità strategiche.

Gagliano ha concluso richiamando la lezione di Enrico Mattei: non esiste autonomia politica senza sovranità economica, energetica e tecnologica. Se uno Stato rinuncia a proteggere i propri nodi strategici, finisce inevitabilmente per muoversi nello spazio definito da potenze esterne. In questa prospettiva, il caso Gemplus non appartiene soltanto alla storia industriale francese, ma costituisce un ammonimento pienamente attuale per l’Italia e per l’Europa. Non basta innovare: bisogna custodire l’innovazione. Non basta produrre tecnologia: bisogna impedire che venga catturata, svuotata o orientata da interessi esterni. Non basta celebrare il mercato: bisogna comprendere che, nei settori strategici, il mercato è ormai uno dei principali campi di battaglia della competizione tra potenze. Gemplus, sotto questo aspetto, non è solo un caso del passato, ma un monito sul presente e una previsione sul futuro.

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