INTELLIGENCE. Una nuova scienza del potere
🇬🇧 Published in “Il Quotidiano del Sud”, this review anticipates the presentation of Mario Caligiuri’s latest volume “Intelligence” (Treccani, “Voci” series), scheduled for October 30th at the Istituto della Enciclopedia Italiana in Rome. The event will feature contributions by Massimo Bray, Bernardo Mattarella, Lorenzo Guerini, Vittorio Rizzi, and Flavia Giacobbe – voices that embody the dialogue between institutions, academia, and security. The book reframes intelligence as both a science of power and a pedagogy of democracy, questioning how to preserve human discernment in the age of algorithms.
🇮🇹 Pubblicata su “Il Quotidiano del Sud”, la recensione anticipa la presentazione del nuovo volume di Mario Caligiuri, “Intelligence”, edito da Treccani nella collana Voci, in programma il 30 ottobre presso l’Istituto della Enciclopedia Italiana di Roma. L’incontro, introdotto da Massimo Bray, vedrà il confronto tra Bernardo Mattarella, Lorenzo Guerini, Vittorio Rizzi e Flavia Giacobbe, a testimonianza di un dialogo fecondo tra istituzioni, accademia e sicurezza. Il libro propone una riflessione profonda sull’Intelligence come scienza del potere e pedagogia della democrazia, interrogando il futuro del pensiero umano nell’età degli algoritmi.
Il 7 gennaio 2015, l’attentato a Parigi dei fondamentalisti islamici contro la redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo ha segnato un punto di svolta nella percezione pubblica dell’Intelligence. Da allora, sostiene Mario Caligiuri nel suo nuovo volume INTELLIGENCE, edito da Treccani nella collana Voci, i Servizi non sono più il cono d’ombra delle democrazie, ma un presidio della loro sopravvivenza.

Caligiuri, professore ordinario di Pedagogia e direttore del Master in Intelligence dell’Università della Calabria – fondato nel 2007 con Francesco Cossiga – presidente della Società Italiana di Intelligence e tra i massimi studiosi europei del settore a livello accademico, propone una ridefinizione dell’Intelligence come “scienza nuova”, capace di attraversare e riorganizzare i tradizionali percorsi disciplinari.
Il volume sarà presentato il30 ottobre alle 17.30 in Sala Igea – Palazzo Mattei di Paganica, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma. I saluti saranno affidati a Massimo Bray, direttore generale dell’Istituto. Seguirà un dialogo tra l’autore e Bernardo Mattarella, professore ordinario di Diritto amministrativo alla Luiss, Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, e Vittorio Rizzi, direttore del DIS, coordinato da Flavia Giacobbe, direttore di Formiche. L’opera avanza un’ipotesi radicale: siamo dentro una guerra silenziosa tra intelligenza umana, plasmata in millenni, e intelligenza artificiale, in corsa verso l’algoritmo definitivo.
In questo scenario, il libro invita a considerare l’Intelligence come ponte antropologico. Dalle spie bibliche inviate da Mosè agli agenti dei giorni nostri, si mantiene intatto il potere della parola di creare realtà. Come ricorda la Genesi, l’uomo è nel mondo per dare un nome alle cose: l’Intelligence rappresenta la forma più alta di questo potere, metalinguaggio che struttura narrazioni e plasma le relazioni tra Stati e popoli.

Originale il collegamento con la Biennale di Venezia, interpretata come sistema di “allerta precoce”. L’edizione 2022 (Il latte dei sogni) e quella 2024 (Stranieri ovunque) sono lette come indicatori delle tensioni fra uomo e macchina e della fluidità digitale. Una suggestione che solleva interrogativi: può davvero l’arte anticipare i mutamenti geopolitici o riflette piuttosto dinamiche già in atto?
La ricostruzione storica restituisce l’Intelligence come “dimensione mancante”: dalle reti informative della Repubblica di Venezia all’Intelligence elisabettiana di Walsingham, fino alle agenzie moderne. Non comparto, dunque, ma codice genetico della modernità occidentale.
Il nodo più delicato riguarda la democrazia. Citando Wise e Ross, Caligiuri ricorda l’esistenza di “due governi”: uno visibile e uno invisibile. L’Intelligence garantisce la continuità dello Stato al di là delle maggioranze fragili, ma deve sottostare al controllo democratico. Da qui la tensione tra Hobbes, che difende gli arcana imperii, e Kant, che rivendica il principio di visibilità del potere. Una contraddizione strutturale, che oggi si acuisce: come conciliare segretezza e trasparenza quando la fiducia nelle istituzioni si assottiglia?
Il testo sviluppa anche un’epistemologia dell’Intelligence. Dal mondo antico, dominato dall’incertezza e dalle profezie, alla contemporaneità fondata sul calcolo probabilistico, l’Intelligence si è trasformata in strumento scientifico di previsione. Ma resta una disciplina ibrida. Citando Murray Rossant, Caligiuri osserva che la valutazione dei dati è un’arte, perché richiede creatività e visione.
L’analisi della disinformazione mostra che considerarla solo come arma di alcuni Stati è “un grave errore di prospettiva”; essa è parte costitutiva del governo delle popolazioni. Harari lo ricorda con lucidità: in un mondo travolto da informazioni irrilevanti, avere potere significa saper scegliere che cosa ignorare.
Le guerre del XXI secolo saranno sempre più economiche e culturali, combattute nel cyberspazio per la conquista della mente. Qui le democrazie risultano svantaggiate: la globalizzazione richiede decisioni rapide che regimi autoritari, grandi organizzazioni finanziarie e reti criminali assumono con maggiore agilità. Ne deriva una geopolitica cognitiva, in cui il perimetro decisionale diviene il vero campo di battaglia.
Lo sguardo si spinge oltre: la colonizzazione di Marte come opportunità di sopravvivenza, le interfacce neurali come ipotesi di simbiosi controllata tra intelligenza umana e artificiale, fino a scenari estremi come il teletrasporto. Visioni che possono apparire ardite, ma che collocano l’Intelligence in un orizzonte di lungo periodo.
L’aspetto più innovativo – e allo stesso tempo centrale – è quello pedagogico: la proposta di trasformare l’Intelligence in disciplina educativa. Non algoritmi di consumo, ma algoritmi formativi capaci di promuovere pensiero critico. Obiettivo: mantenere l’intelligenza umana al centro dell’universo, formando quelle “minoranze creative” di cui parlava Toynbee, in grado di guidare il passaggio da una civiltà all’altra.
Nella parte conclusiva emerge la dimensione relazionale: l’Intelligence come capacità di decifrare l’Altro, ponte che unisce le persone. Qui il riferimento a Ratzinger e alla lettura di Chantal Delsol, che definisce i cristiani “agenti segreti di Dio”: immagine che restituisce l’idea di una Intelligence impossibile da replicare artificialmente.
Da deep state a deep knowledge: così l’autore riposiziona la missione dell’Intelligence. In un’epoca di crisi della verità e di istituzioni democratiche in affanno, i governi affidano ai Servizi perfino il compito di comunicare con i media, forse perché percepiti come più credibili delle stesse istituzioni.
Il volume – che è stato protagonista, giovedì 23 ottobre, del magazine Il Cantiere delle Idee (Rai 3) – si inserisce in una tradizione che va da Sun-Tzu a Hannah Arendt, ma la sua originalità è nell’intreccio fra analisi strategica e antropologica. Se un limite si coglie nella tensione tra rigore analitico e visione anticipatoria, è proprio questo equilibrio dinamico a renderlo un contributo prezioso: perché mostra i Servizi non come apparati, ma come sentinelle tenaci e silenti che osservano la fine di un mondo per contribuire a preparare quello che verrà.


