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MV Hondius e la geografia del vettore: hantavirus, mobilità globale e limiti dell’early warning

Il 1° aprile la MV Hondius (Oceanwide Expeditions) salpa da Ushuaia, in Argentina, con 88 passeggeri e una sessantina di membri dell’equipaggio appartenenti a 23 nazionalità. L’itinerario – Odissea atlantica – attraversa aree ad alta latenza epidemiologica: Antartide, Georgia del Sud, Tristan da Cunha, Sant’Elena, Isola di Ascensione. Trentatré giorni dopo la partenza, il comandante Jan Dobrogowski getta l’ancora al largo di Capo Verde: tre passeggeri sono morti a causa di un virus letale. Il contagio risulta, verosimilmente, precedente all’imbarco.

Una coppia olandese – marito sintomatico il 6 aprile, poi deceduto l’11, moglie morta pochi giorni dopo a Johannesburg – aveva attraversato nei mesi precedenti Cile, Uruguay e Argentina. L’ipotesi colloca l’esposizione in aree rurali del Cono Sud frequentate da roditori selvatici, evidenziando la prima dimensione del caso: l‘interfaccia ecologica tra turismo estremo e zoonosi endemiche in aree scarsamente monitorate.

La lettura geopolitica dello spazio, proposta da Yves Lacoste geografia descrittiva vs geografia strategica – non è più sufficiente se non integrata da una dimensione ulteriore: quella delle rotte biologicamente invisibili, dove la geografia del turismo globale non coincide con la geografia del rischio sanitario. Alcuni territori esistono come “destinazioni“, presenti nei cataloghi delle compagnie di crociera, ma non come nodi di sorveglianza epidemiologica. Questa asimmetria riflette una gerarchia implicita della rilevanza globale. La mobilità internazionale continua a basarsi sulla continuità degli spazi marittimi e sulla gestione dei flussi più che sulla stabilità dei territori attraversati. La rappresentazione dei sistemi di potere consolida questa logica: il planisfero strategico degli apparati statunitensi, organizzato per bacini oceanici e linee di transito, ne è la dimostrazione.

In questo quadro, il turismo estremo produce una forma di rimozione percettiva del rischio.

Immanuel Wallerstein ha descritto la geocultura come coesione ideologica di un sistema internazionale fondato su diseguaglianze: non solo economiche, ma intuitive. La categoria wallersteiana, applicata al caso, rivela come la cecità su certi spazi non sia casuale. L’accesso a regioni periferiche è narrato come esperienza d’élite mentre la dimensione biologica rimane marginale. La cornice culturale dominante ricodifica quell’esperienza come “avventura per spiriti indomiti”, neutralizzando la percezione pubblica del pericolo. Una distorsione collettiva – prodotta dalla propaganda e non corretta dalla comunicazione istituzionale – che è parte integrante della vulnerabilità.

Veduta aerea del Pentagono, sede del dipartimento della Difesa, contea di Arlington/Virginia (Reuters)

Ma la peculiarità del caso Hondius emerge, soprattutto, nella dinamica di dispersione del contagio. Una quota consistente dei passeggeri ha lasciato la nave prima dell’identificazione del focolaio, rientrando nei paesi di provenienza. Il contact tracing internazionale si è attivato quando la mobilità aveva già superato la finestra di contenimento.

Va però precisato che, non tutti gli hantavirus presentano lo stesso profilo di interesse.

Il ceppo identificato nel focolaio della Hondius è il virus Andes, uno dei rarissimi hantavirus per i quali è documentata la possibilità di trasmissione interumana. Questa caratteristica lo distingue dall’intero genere virale e motiva un livello di attenzione superiore a quello che i numeri assoluti del focolaio potrebbero suggerire. I dati OMS relativi al 2025 indicano 229 casi e 59 decessi nelle Americhe, con un tasso di mortalità che si attesta attorno al 25%. Un profilo di rischio da monitorare con continuità, pur in assenza di una minaccia pandemica. La direttrice OMS per la prevenzione delle epidemie, Maria Van Kerkhove, ha dichiarato che il focolaio della Hondius “può essere stato il risultato di una trasmissione da uomo a uomo”. L’affermazione non equivale a una conferma, ma segnala che il meccanismo di contagio tra i passeggeri della nave non è interamente spiegabile con esposizioni ambientali indipendenti. In assenza di evidenza contraria, questa ipotesi rimane aperta e rilevante. L’incubazione, lo ricordiamo, può estendersi fino a otto settimane. In questo intervallo i soggetti potenzialmente infetti appaiono clinicamente sani e continuano a muoversi senza restrizioni. Una dissociazione, tra stato clinico e stato infettivo, che genera una zona di invisibilità operativa.

I sistemi di early warning (allerta precoce) distinguono la sorveglianza basata su indicatori (IBS) e quella basata su eventi (EBS) evidenziando il punto critico: la prima intercetta ciò che è già clinicamente strutturato, la seconda dipende dalla capacità di leggere segnali deboli e non formalizzati. Nel caso specifico, la rilevazione è avvenuta quando la catena di movimento era già dispersa. Utile è anche ricordare che il personale sanitario non dispone degli strumenti analitici (MIDB, MARS), mentre il personale Intelligence non possiede competenze cliniche.

A livello giurisdizionale, la frammentazione degli interventi riflette la natura non integrata della governance sanitaria globale. I soggetti esposti risultano distribuiti in più sistemi nazionali, ciascuno con protocolli differenti e livelli variabili di coordinamento internazionale.

La dinamica del virus conferma una questione essenziale: la velocità della mobilità eccede la velocità della risposta istituzionale. Non si tratta di un deficit episodico, ma di un disallineamento tra temporalità biologiche, logiche amministrative e infrastrutture di controllo.

MV Hondius

La dimensione geopolitica emerge in primis nella gestione del caso da parte degli attori statali coinvolti. La decisione di autorizzare o meno attracchi e transiti non è puramente sanitaria: implica costi reputazionali, vincoli giuridici e responsabilità multilivello. L’Orgnizzazione Mondiale della Sanità opera come dispositivo di coordinamento non coercitivo: può classificare e raccomandare, non imporre. Il suo potere è inscritto nella logica del soft power, l’efficacia dipende dalla compliance degli Stati non da meccanismi di enforcement.

In questo perimetro, la Medical Intelligence – a cui anche SOCINT si dedica attraverso il Gruppo nazionale di Studio, coordinato da Marco Lombardi, istituito all’Università Cattolica di Milano – occupa una posizione intermedia, tra analisi strategica e vincoli operativi, richiamando quella patologia strutturale dei sistemi sanitari che Ivan Illich aveva anticipato con il concetto di iatrogenesi. In formula, la tendenza dei sistemi iperspecializzati a produrre, nella loro stessa area di competenza, punti ciechi che li rendono vulnerabili. Applicato alla MEDINT, il principio è: l’iperspecializzazione – OMS per la norma, ECDC per la sorveglianza europea, sistemi nazionali per l’esecuzione – genera una frammentazione che è, essa stessa, iatrogenesi. Il sistema conosce le parti; fatica a vedere il corpo nel suo insieme, e ancor più fatica a vedere ciò che si muove tra le parti.

Due dati rendono questa diagnosi strutturale verificabile.

Il primo riguarda la dottrina NATO: le linee guida di Medical Intelligence (AJMedP-3, Guide to Medical Intelligence) entrate in vigore nel 2019-2020 e ancora in fase di consolidamento. Il secondo, il sistema italiano: la funzione MEDINT affidata alla UOC SERESMI dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani, struttura di eccellenza inserita nella rete europea di sorveglianza/risposta ma insufficiente a coprire la dimensione globale del rischio biologico che episodi come quello in esame rappresentano.

La Hondius, lo abbiamo detto, non costituisce nei numeri un evento pandemico. E’, piuttosto, un indicatore morfologico: un sistema complesso in cui mobilità, ecologia del rischio e governance sanitaria operano su scale temporali non sovrapposte.

La lezione non è nuova. Dopo Ebola, Covid-19 e le epidemie da arbovirus, le vulnerabilità sono note: il punto critico non è la loro identificazione, ma la capacità di trasformarle in scelte decisionali prima che la scala dell’evento ne imponga la gestione emergenziale.

C’è un ultimo livello di lettura che la bioetica offre alla MEDINT.

I sistemi di sorveglianza sanitaria – al pari della cura, nell’accezione ippocratica – presuppongono fiducia, trasparenza e condivisione delle informazioni come condizioni operative primarie. Quando queste condizioni si indeboliscono, la gestione del rischio non precede più la sua diffusione, ma la segue.

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